QUANDO IL CUORE MI HA FERMATO ED IL REIKI MI HA “SALVATO”
Quel 22 giugno in cui il cuore mi ha fermato per farmi ascoltare
Pochi crederanno a questa storia. Me ne rendo conto. È difficile da digerire, e ancora più difficile da credere. Ma è esattamente ciò che è accaduto.
Ci ho messo mesi prima di scriverla. Mesi di pensieri, di tentativi di ridurla a un semplice episodio clinico. Poi, spinto da una grande amica, Marianna Pachera – che conduce la via del Dharma Yoga a Rovereto – ho deciso di raccontarla. Perché non è stata solo una questione medica. È stata un’esperienza ancestrale, mistica, energeticamente reale. E soprattutto: trasformativa.
Era il 22 giugno. Già dal mattino non stavo benissimo. La vista era un po’ offuscata, attraversata da un vibrato giallo strano: la sensazione tipica di pressione alta. Nulla che mi sembrasse davvero grave. Sono sovrappeso, capita.
Ho preso la macchina con mia figlia per andare verso un lago: quello della Val di Cembra, il Lago Santo.
Poi, all’altezza di Lisignago, il corpo ha deciso che non si trattava più di “non stare bene”.
Il dolore è arrivato come una lama incandescente. Prima al collo. Poi sotto la spalla. Dietro la schiena. Poi il braccio. E infine il petto.
Non un dolore. Un’esplosione, come fossi risucchiato da un aspirapolvere gigante. Inspiegabile
Sono riuscito a fermarmi in zona, nella parte commerciale che collega Lisignago a Cembra. Avevo mia figlia in macchina e in quel momento ho capito una cosa semplice e terribile: non comandavo più io il mio corpo.
Le ho detto solo: “Non sto bene. Non sto bene. Chiama qualcuno.”
La vista si è offuscata ancora di più, è diventata gialla, come filtrata da una luce malata. E poi un lampo bianco.
Non ho ricordi perfettamente nitidi di tutto. So che per un istante il dolore è sparito. Di colpo. È arrivata una calma irreale, una pace antica, senza rumore e senza pensieri. Non ho visto nulla. Nessuna immagine, nessuna “visione”. Solo silenzio.
Poi sono tornato. Di peso. Di dolore.
Ero seduto sul sedile della macchina. I sanitari non erano lì: erano al telefono.
Mi dicevano di non bere, di stare fermo, di respirare piano. Ma io non riuscivo a prendere possesso del mio corpo. Il male tornava a ondate, fortissimo. E nella testa è arrivato un pensiero secco, senza poesia: “Ci siamo.”
Non come frase fatta. Come verità.
Poi è successo qualcosa di strano, ma anche di tremendamente concreto: un lampo nella mente. Un ricordo lontano, un corso di Reiki fatto anni prima, quasi per curiosità, mai davvero preso sul serio. E una sensazione netta: devo fare qualcosa adesso.
Perché nel frattempo era chiaro: stavo avendo un infarto.
Non era come da giovane, dopo notti assurde, quando bastava acqua fredda e una Coca-Cola per rientrare nel corpo. Qui era diverso. Qui il corpo non voleva rientrare.
E allora, mentre al telefono mi ripetevano cosa fare e cosa non fare, io ho cominciato ad autotrattarmi. Non in un ambiente protetto, non su un lettino, non con la musica rilassante: seduto in macchina, col dolore addosso e la paura che ti spezza i denti.
I soccorsi sono arrivati circa 40 minuti dopo. E in quei quaranta minuti io ho fatto una cosa sola: ho tentato di restare.
Ho centrato il corpo. Ho portato tutto al cuore. Ho respirato. Ho mandato. Ho tenuto.
Quando sono arrivati i soccorsi, da lì in poi non sono più stato bene. Il dolore è tornato forte. Il corpo ha ceduto davvero.
La diagnosi iniziale parlava di bradicardia. In ospedale la situazione non è stata semplice da gestire. Ma alla fine la verità è stata chiara:
una cicatrice sul cuore.
Un infarto.
Piccolo, per fortuna. Ma reale. Oggi sono cardiopatico e senza cardio aspirina etc rischio grosso.
Dunque io so una cosa sola.
In quei quaranta minuti seduto sul sedile della macchina, con mia figlia accanto e una voce al telefono che mi diceva di non bere e di stare fermo, io non ho solo aspettato.
Ho reagito.
È stato istinto di sopravvivenza, mixato a un dato di energia che ho generato attraverso il mio corpo, collegandomi direttamente con le tecniche di Reiki.
Ho centrato il corpo. Ho portato tutto al cuore. Ho generato energia con il respiro, con le mani, con la volontà di restare.
E io sono abbastanza sicuro di essermi salvato così.
Non per magia. Non per suggestione. Ma perché in quel momento il mio corpo ha prodotto qualcosa che lo ha tenuto acceso fino all’arrivo dei soccorsi.
Io non credo che sia stato un caso. Non credo che sia stato solo panico. Credo che sia stato un atto di sopravvivenza cosciente.
E questa non è una storia per convincere qualcuno. È una storia per dire che a volte non ti salvi perché qualcuno arriva in tempo, ma perché tu non molli prima.
E io, quel giorno, non ho mollato.
— Daniel – www.tivia.space














