BIG BUG, UOMO E TECNOLOGIA

L’ultimo film di Jean-Pierre Jeunet, al suo arrivo su Netflix, divide la critica che, per lo più, lo liquida frettolosamente.

Eppure Big Bug è geniale, nel momento in cui scrosti la superficie e ne arrivi al cuore. Big Bug affronta il tema uomo e tecnologia, e lo fa usando come cifra stilistica un’ironia grottesca.

Tutto il film è giocato sul confine fra serio e faceto, così lascia nello spettatore un senso di smarrimento e “scomodo”. Il tutto con il fine di instillare un tarlo nel profondo per sollevare qualche ragionamento.

Ma facciamo un passo indietro.

Attenzione spoiler.

Il film è ambientato nel 2050, in un futuro in cui la tecnologia soddisfa tutte le esigenze umane.

La società si divide, fondamentalmente, in tre categorie. Gli umani, i robot di vecchia generazione che si dedicano agli umani e una categoria di androidi di ultima generazione o Yonyx. Proprio questi ultimi attuano un colpo di Stato. Consapevoli della propria prevalenza fisica e di controllo, si introducono nella rete e sequestrano la popolazione in una sorta di quarantena.

Il film si sviluppa tutto all’interno di una casa dove casualmente rimane rinchiuso uno spaccato di umanità che copre un po’ tutte le sfaccettature dell’animo umano.

In questo contesto si gioca tutto il film. Un ambiente volutamente colorato, quasi retrò, molto Pop Art, come a indicare il radicamento dell’uomo al passato ma anche a quell’età ingenua e spensierata anni 50/60. Una ingenuità che un po’ caratterizza i personaggi nel loro stare al mondo assai sprovveduti, annoiati e ciascuno chiuso nel proprio egoismo spiccio.

Accanto agli umani, poco umani con una indole superficiale, egoista, arrivista e bugiarda, ci sono i robot. E quindi il robot giocattolo, il robot domestica, fino a quello assemblato per diletto che ruotano attorno agli umani, rinchiusi in cattività che si interrogano sulla natura umana.

Da un lato gli umani diventano sempre più disumani nello svolgersi del film, privati dalla libertà, dagli agi del climatizzatore o della privacy. Al contempo invece i robot domestici cercano di elaborare il concetto di umanità per assomigliare sempre di più ai propri creatori.

Tutto questo mentre gli Yonyx diventano sempre più potenti ed invadenti sottoponendo gli umani ad umiliazioni trasmesse in dirette televisive, infliggendo multe con detrazioni direttamente su conto corrente, arrivando ad accuse di arresto.

Gli Yonyx prendono il controllo della rete a cui tutto è collegato. La Casa Smart, la città Smart, la carta di identità digitale a punti e ogni dispositivo, essendo in rete, sono in possesso loro. E i nuovi padroni, ragionando da macchine, non tengono conto delle esigenze umane.

Con ironia e senso del grottesco il regista butta lì molti temi di stringente attualità. In una deriva globale totalitaria gestita dalla IA e affidata a macchine e tecnologia, l’uomo è uno spazio di contorno. Proprio come un animale domestico, l’uomo è tollerato ma del tutto superfluo. Nemmeno la creatività ha un suo peso o un ruolo in questa umanità viziata, annoiata e stanca.

Di contro invece i robot di vecchia generazione, quelli vissuti fianco a fianco con gli umani, sperimentando il processo di umanizzazione si scoprono più umani grazie a quel senso morale che ricorda le leggi della robotica di Asimov. Alla ricerca di essere amati, i robot danno importanza a cosa voglia dire essere umano, riscoprendo quella passione e quel fuoco interiore che pare oramai sopito nell’uomo.

Una società in cui droni pubblicitari offrono soluzioni, ovviamente a prezzo, ad ogni desiderio o questione pronunciata dagli umani, nasconde  una realtà da Grande Fratello che tutto vede e sente.

Ecco che gli Yonyx sono solo la materializzazione del pericolo di questa ipertecnologia.

Infine la beffa attraverso la quale proprio l’efficienza Yonyx determina il proprio auto annientamento, riporta il sole dopo la tempesta. Ma, nello spettatore attento rimane l’inquietudine di quanto la tecnologia debba intrufolarsi nelle vite di ciascuno di noi e di quanto di umanità si è disposti a cedere per una finta serenità.

Se quindi la critica ha accolto con freddezza il film, a noi invece Big Bug come specchio uomo e tecnologia, è piaciuto, proprio per il monito che lancia al futuro. Un futuro che si costruisce oggi e che dovrebbe basare su un dibattito filosofico, giuridico, morale ed etico preciso e capillare. Soprattutto per il fatto che la tecnologia è una conquista dell’uomo ma la differenza la fa chi la programma e per quale scopo la usa.

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