DUE ZAINI ED UNA VITA INTERA: VIVERE NEL MINIMALISMO. ALBERTO CI RACCONTA COME
Due zaini e una vita intera: come siamo arrivati al minimalismo (senza sentirci mai “mancanti”)
C’è chi diventa minimalista dopo aver letto un libro.
E chi, invece, ci arriva perché la vita gliel’ha insegnato prima ancora di dargli scelta.

Lui (Alberto ) me lo racconta con una calma che sembra allenata: niente pose da guru, niente prediche. Solo una traiettoria netta, piena di cambi di scena. Una storia che parte dall’infanzia, attraversa l’abbondanza, si rompe, si ricompone… e finisce con due zaini e un “hola” detto bene.
Ho scelto di raccontarla come una conversazione, perché il minimalismo – quando è vero – assomiglia più a una confessione che a una teoria.
“Il minimalismo era già lì. Non l’ho scelto: mi ha cresciuto.”
Quando hai capito che il minimalismo era la tua lingua madre?
“Credo di non averlo mai ‘capito’. Era già dentro. Da piccolo ho vissuto a lungo senza supervisione, fino ai cinque anni. Poi ho passato otto anni in un orfanotrofio: lì il minimalismo non era una filosofia, era la normalità.”
E non ti mancava niente?
“No. E questa è la parte che sorprende la gente. Non mi mancava nulla perché ero circondato da tanti bambini. L’assenza di cose era compensata dalla presenza delle persone.”
C’è un punto, qui, che vale più di mille frasi motivazionali: non è la quantità degli oggetti a fare “ricca” una vita, ma la densità di ciò che ti circonda davvero.
Diciotto anni di abbondanza, poi lo strappo
Poi però arriva un’altra vita.
“Sì. Mi sono sposato, ho avuto moglie e tre figli. Abbiamo vissuto nell’abbondanza per 18 anni.”
E poi?
“Poi mi sono separato. Ho rinunciato a tutti i beni materiali. Sono tornato a uno stile di vita minimalista.”
Lo dice senza dramma, ma il quadro è chiaro: quando la vita ti toglie le certezze, puoi aggrapparti alle cose… oppure lasciare che cadano e scoprire quanto pesavano.
Dove vivevi, in quel periodo Alberto?
“Il mio rifugio era una stanza di 18 metri quadrati. Bagno e lavandino separati.”
Minimalismo non come scelta estetica, ma come ricostruzione. Una base piccola, per rimettere in ordine il resto.

Karen entra in scena. E la vita comincia a viaggiare sul serio.
Poi arriva Karen.
“Siamo andati a vivere insieme in quella stanza. Sei anni.”
E già qui c’è una nota interessante: spesso si pensa che “in coppia” sia più difficile. Loro, invece, hanno fatto l’opposto.
Il minimalismo in coppia funziona solo se siete allineati?
“Probabilmente sì. Dipende dal condividere interessi, visioni e obiettivi di crescita personale. Anche se, oggettivamente, da single è più facile: sei responsabile solo di te stesso.”
Poi succede la cosa che, in un articolo, sarebbe la scena da trailer.
Dopo quei sei anni…?
“Ci siamo trasferiti 20 volte. Italia, Germania, Sud-est asiatico.”
Venti traslochi non sono un dettaglio: sono una levigatrice. Ti tolgono il superfluo a forza.
L’isola e la lista che cambia tutto
Quando avete capito davvero che stavate diventando minimalisti “seri”?
“Solo dopo quattro mesi su una piccola isola nell’Oceano Indiano.”
E qui lui snocciola l’inventario come fosse una poesia asciutta:
Un costume da bagno.
Due paia di mutande.
Sandali.
Due magliette.
Due panni di stoffa.
Uno spazzolino.
Una spazzola.
Un coltello.
Argilla.
Non è un elenco: è una dichiarazione. È il momento in cui capisci che puoi vivere con poco… e respirare di più.
Da lì in poi?
“Abbiamo gradualmente ridotto le nostre proprietà.”
Dal 2015: “Se ci trasferiamo, entra tutto in due zaini.”
Cosa significa, concretamente, vivere minimalisti oggi?
“Dal 2015 abbiamo vissuto solo in appartamenti ammobiliati. E abbiamo ridotto i nostri beni al punto che, se dovessimo spostarci, tutto entrerebbe in due zaini.”
È qui che il minimalismo smette di essere “stile” e diventa potere pratico: la libertà di muoverti senza negoziare con il peso delle tue cose.
La domanda che vi fanno sempre: “Ma vi concedete mai qualcosa di bello?”
Te lo chiedo come te lo chiedono gli altri: ti concedi mai qualcosa di carino?
“Certo. Ma abbiamo tutto: col minimalismo ci concediamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno.”
E specifica, senza santini:
“Viaggiamo. Noleggiamo un’auto quando vogliamo. Facciamo quello che ci dà gioia.”
Qui c’è un equivoco enorme, che loro spaccano con una frase semplice: minimalismo non è rinuncia alla vita, è rinuncia al rumore.
Il vero lusso: libertà, natura, e scegliersi ogni giorno
Qual è il beneficio più grande?
“Prima di tutto, abbiamo l’uno per l’altra. Amiamo la bellezza, la natura e la nostra libertà.”
E poi arriva la scelta finale, quella che – detta così – suona come una porta che si apre:
Per questo vi siete trasferiti dove?
“In Andalusia. Sole quasi tutto l’anno. Mare e montagne a due passi. Costo della vita sostenibile. Persone con pensieri leggeri: vivi e lascia vivere. E ‘hola’ è un saluto caloroso.”
Non è fuga. È un punto di atterraggio. Un posto coerente con la vita che hanno costruito: essenziale, luminosa, mobile.
Annessi e concessi: cosa ti dà (e cosa ti chiede) una vita minimalista
Ti dà
- Tempo mentale: meno oggetti, meno manutenzione, meno decisioni inutili.
- Mobilità reale: se tutto sta in due zaini, sei tu a guidare la vita, non il contrario.
- Chiarezza: capisci cosa conta perché il resto non ti distrae.
- Libertà economica: non per forza “povertà”, ma meno spese automatiche.
Ti chiede
- Coraggio di perdere: a volte devi lasciare andare cose che raccontano chi eri.
- Allineamento in coppia: se uno accumula e l’altro sottrae, è guerra fredda.
- Identità senza oggetti: se ti definisci con ciò che possiedi, il minimalismo ti spoglia anche l’ego.
- Un sì più selettivo: ogni cosa che entra deve meritarselo.
Una frase che resta addosso
“Non mi mancava nulla perché ero circondato da così tanti bambini.”
Dentro questa frase c’è tutto: il minimalismo non è vuoto. È spazio per la presenza.
- Lo so, una domanda sorge spontanea in tutto questo: MA COME SI MANTENGONO ?? Scoprilo scrivendo direttamente ad Alberto sulla sua pagina FACEBOOK QUI

















