Good Fortune: Keanu Reeves angelo in un film che ride, ma ti rimette davanti alla realtà
TDV Cinema · Recensione
Good Fortune: Keanu Reeves angelo in un film che ride, ma ti rimette davanti alla realtà
Sembra una commedia leggera sullo scambio di vite. In realtà è un film che parla di lavoro, tasse, privilegi,
disperazione, gig economy e di quella distanza enorme tra chi nasce già protetto e chi non riesce a respirare
nemmeno lavorando tutto il giorno.
La chiave TDV: Good Fortune funziona perché sotto la maschera della commedia
mette in scena una cosa semplicissima e brutale: non tutti partono dalla stessa linea. E spesso chi parla di merito
lo fa da una terrazza ereditata.
Good Fortune, tradotto mentalmente come Buona fortuna, parte da un’idea quasi da favola moderna:
un angelo minore, Gabriel, interpretato da Keanu Reeves, ha un compito minuscolo ma vitale.
Non salva il mondo. Non ferma guerre. Non cambia i destini dell’umanità. Si occupa di persone che stanno per schiantarsi
in macchina perché guardano il cellulare.
È già geniale così. Perché dentro questa mansione celeste ridotta, quasi burocratica, c’è tutta l’ironia del film:
anche il paradiso sembra aver diviso il lavoro in reparti, mansioni, limiti, autorizzazioni. Gabriel può solo mettere
una mano sulla spalla a chi sta per morire distratto da uno schermo. Fine. Non può intervenire davvero sulle vite.
Non può cambiare il dolore sociale. Non può raddrizzare l’ingiustizia.
Solo che Gabriel vede Arj, interpretato da Aziz Ansari, e capisce che lì non basta una mano sulla spalla.
Arj vive in macchina, lavora a chiamata, fa consegne, fa file per altri, passa da un lavoretto all’altro, prende soldi
che spariscono subito tra tasse, benzina, bisogni minimi e sopravvivenza. È dentro quella fascia di umanità che lavora
sempre e non arriva mai.
Il ricco e il povero: lo scambio di vite non è una gag, è una radiografia
Dall’altra parte c’è Jeff, interpretato da Seth Rogen. Ricco, comodo, inserito, quarantenne o quasi,
con quell’aria da uomo che ce l’ha fatta, ma non partendo esattamente dal nulla. Padre ricco, madre avvocato,
eredità del nonno, capitale iniziale, possibilità, rete, protezione.
Il film colpisce perché non fa il solito discorso moralista sul ricco cattivo e sul povero buono.
Fa qualcosa di più interessante: mostra che la ricchezza non è solo avere soldi. È avere tempo.
È poter sbagliare senza morire. È avere una casa dove tornare. È avere qualcuno che ti salva prima ancora
che tu cada.
Arj invece non ha margine. Se gli portano via la macchina, non perde solo un mezzo: perde casa, lavoro,
possibilità di spostarsi, dignità, futuro. E questa è la parte più vera del film. Perché Good Fortune usa
la commedia fantastica, ma sta parlando di una realtà che esiste: persone che lavorano e restano comunque povere.
Persone che non hanno un cuscinetto. Persone che non possono permettersi nemmeno una settimana storta.
Keanu Reeves è perfetto perché non fa l’angelo perfetto
Gabriel è goffo, limitato, tenero, quasi fuori posto. Keanu Reeves lo interpreta con quella sua malinconia naturale:
sembra sempre uno che sa più di quanto dice, ma in questo caso non sa abbastanza per non fare casino.
Ed è proprio qui che il personaggio funziona.
Quando l’angelo decide di disobbedire
Gabriel capisce che Arj è arrivato a un punto limite. Non gli basta salvarlo da un incidente.
Vorrebbe salvarlo dalla vita che sta facendo. Ma non può. È un angelo minore, ha regole precise,
un campo d’azione ridicolo rispetto alla disperazione che ha davanti.
Allora fa l’unica cosa che non dovrebbe fare: scambia le vite di Arj e Jeff.
Il povero entra nella vita del ricco. Il ricco finisce nella vita del povero. E qui Good Fortune trova
il suo cuore più interessante, perché non racconta soltanto lo shock del cambiamento. Racconta quanto sia difficile
capire davvero la vita di un altro quando non hai mai dovuto viverla.
All’inizio la commedia tiene. Ci sono situazioni assurde, battute, equivoci, il meccanismo classico dello scambio.
Ma sotto resta sempre una domanda scomoda: se mettessimo davvero un privilegiato nella vita di un povero,
quanto durerebbe prima di crollare? E se mettessimo un povero nella vita di un ricco, vorrebbe davvero tornare indietro?
Il momento in cui il film smette di essere solo commedia
La scena decisiva, senza rovinare il finale, arriva quando la memoria torna.
Basta un tocco sulla spalla e il vecchio ricco ricorda tutto. Capisce chi era, cosa aveva, cosa ha perso.
E lì la favola si rompe. Perché Good Fortune non sta dicendo che basta provare la povertà per diventare migliori.
Sta dicendo che la povertà ti cambia il corpo, il carattere, il respiro, il modo in cui guardi il giorno dopo.
Il film diventa ancora più interessante quando Gabriel viene punito.
Gli angeli lo licenziano, per così dire. Keanu Reeves perde la sua condizione celeste e cade nella realtà umana:
lavoro, bisogni, fatica, sopravvivenza. E lì l’angelo capisce davvero la merda che ha cercato di aggiustare dall’alto.
La cosa più bella del film
Good Fortune non ti chiede di credere agli angeli. Ti chiede di guardare meglio gli esseri umani.
Quelli che ordinano, quelli che consegnano, quelli che pagano, quelli che aspettano in fila per altri,
quelli che hanno ereditato sicurezza e quelli che ogni mattina devono inventarsi un modo per restare in piedi.
Un film sulla fortuna, non sul destino
Il titolo è perfetto: Good Fortune. Perché la fortuna qui non è il colpo di scena magico.
È nascere nella famiglia giusta. È avere qualcuno che ti presta soldi. È non pagare subito il prezzo dei tuoi errori.
È poter dire “mi reinvento” quando in realtà hai già una rete sotto.
Il film mostra una cosa che nella vita reale spesso viene rimossa: molti ricchi non sono semplicemente più bravi.
Molti poveri non sono semplicemente meno capaci. Spesso la differenza sta nella quantità di cadute che puoi permetterti.
Jeff può cadere mille volte. Arj non può cadere nemmeno una.
Ed è per questo che la commedia arriva. Perché fa ridere, sì. Ma mentre ridi riconosci il magazzino,
le app, le consegne, la macchina usata come casa, i lavori senza prospettiva, i soldi che entrano e spariscono.
Riconosci un pezzo di mondo che non è cinema. È cronaca quotidiana.
Da vedere?
Sì. Assolutamente sì.
Good Fortune è un film da vedere perché usa la leggerezza per parlare di una cosa pesantissima:
la distanza sociale. Non è perfetto, non vuole esserlo, ma ha un’intuizione forte.
Prende un angelo, un povero e un ricco, li mette dentro una commedia e poi ti lascia addosso una domanda:
quanta parte della nostra vita è merito e quanta, invece, è soltanto buona fortuna?
Voto TDV
8 / 10
Una commedia sociale più intelligente di quanto sembri. Keanu Reeves funziona, Aziz Ansari centra il tema,
Seth Rogen porta il privilegio dentro un corpo umano e riconoscibile. Fa ridere, ma non consola troppo.
Ed è proprio questo il punto.
Scheda rapida
Titolo originale: Good Fortune
Regia: Aziz Ansari
Cast principale: Keanu Reeves, Aziz Ansari, Seth Rogen, Keke Palmer, Sandra Oh
Genere: commedia fantastica, commedia sociale
Perché guardarlo: perché dietro l’angelo e lo scambio di vite c’è uno dei temi più reali del nostro tempo: lavorare non basta più per salvarsi.
Fonti consultate:
Prime Video,
trailer ufficiale Lionsgate,
IMDb.
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