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CINEMA

Everything Everywhere All at Once: 7 premi OSCAR

Una recensione editoriale senza spoiler sul film che ha trasformato il multiverso in una riflessione sull'esistenza.

Daniel Cerami
Everything Everywhere All at Once: 7 premi OSCAR

Recensione TDV Cinema — senza spoiler

Everything Everywhere All at Once: il film che la Marvel avrebbe voluto fare, ma non ha mai avuto il coraggio di immaginare

Un’opera folle, tenera, filosofica, devastante. Un multiverso che non serve a moltiplicare supereroi, ma a ricordarci quanto sia fragile, assurdo e meraviglioso essere vivi.

Perché questo film conta

Perché riesce a fare quello che il cinema contemporaneo spesso dimentica: usare lo spettacolo non per coprire il vuoto, ma per attraversarlo. E dentro quel vuoto trovare una madre, una figlia, un amore stanco, una famiglia sfilacciata e una piccola particella di tempo dove tutto, incredibilmente, ha senso.

Ci sono film che vincono premi. E poi ci sono film che ti costringono a rimettere in discussione il modo in cui guardi il cinema.

Everything Everywhere All at Once, uscito in Italia con il titolo Tutto ovunque tutto insieme, appartiene alla seconda categoria.

Ha conquistato sette Premi Oscar, eppure per molti spettatori è rimasto quasi un segreto. Una di quelle opere che non arrivano addosso con il megafono del grande franchise, ma con una specie di cortocircuito silenzioso. La guardi quasi per caso, magari in streaming, magari una sera in cui pensavi di vedere “un film strano”. E invece ti ritrovi davanti una macchina emotiva, filosofica e cinematografica che ti prende il cervello, lo lancia contro il muro, poi torna indietro e ti abbraccia.

Mentre il cinema mainstream continuava a rincorrere supereroi sempre più rumorosi e multiversi sempre più prevedibili, questo film è arrivato quasi in punta di piedi. E forse è stato un bene. Perché nessuna campagna pubblicitaria poteva prepararti davvero a quello che stai per vivere.

Non è un film sul multiverso. È un film su di noi.

Definirlo un film sul multiverso è comodo. Ma è anche profondamente riduttivo.

Il multiverso, qui, non è l’ennesima trovata per moltiplicare personaggi, cameo, costumi, battaglie finali e scene post credit. Non è un luna park narrativo costruito per venderti il prossimo episodio. È qualcosa di molto più crudele e più umano.

È la rappresentazione visiva di tutte le vite che non abbiamo vissuto.

Tutte le scelte mancate. Tutte le versioni di noi che avremmo potuto essere. Tutti i “se” che ci portiamo dentro come sassolini nelle scarpe. Se avessi scelto diversamente. Se fossi rimasto. Se me ne fossi andato. Se avessi avuto più coraggio. Se avessi detto quella frase. Se non l’avessi detta.

In questo senso, Everything Everywhere All at Once è forse uno dei film più radicali mai realizzati sul peso dell’esistenza quotidiana. Non parte da un palazzo nel cielo, da un supereroe o da una profezia. Parte da una donna stanca. Da una lavanderia. Da una famiglia incasinata. Da tasse, ricevute, incomprensioni, silenzi, fallimenti piccoli e giganteschi.

Parte dalla vita vera, insomma. Quella che non ha la colonna sonora epica mentre la vivi. Quella dove devi pagare, rispondere, sopportare, amare male, chiedere scusa peggio e andare avanti lo stesso.

Tarantino, Nolan e poi qualcosa che scappa da tutte le gabbie

A tratti sembra nascere dall’incontro impossibile tra Quentin Tarantino e Christopher Nolan. Di Tarantino ha la libertà brutale con cui attraversa i generi, la capacità di trasformare il grottesco in linguaggio, il gusto per la collisione improvvisa tra violenza, ironia e assurdo.

Di Nolan ha l’ambizione concettuale, il gioco vertiginoso con il tempo, l’identità, la percezione e le strutture narrative che si piegano su sé stesse.

Ma sarebbe ingiusto fermarsi lì. Perché questo film, a un certo punto, smette di assomigliare a qualsiasi cosa. Prende riferimenti, li frantuma, li mastica e li ricompone in un oggetto cinematografico completamente nuovo.

È commedia. È fantascienza. È cinema d’azione. È dramma familiare. È filosofia pop. È cartone animato impazzito. È teatro dell’assurdo. È poesia cosmica travestita da casino totale.

E la cosa incredibile è che, nonostante tutto questo, non collassa.

Anzi. Più sembra esplodere, più trova una direzione. Più diventa folle, più diventa limpido.

Il miracolo del film è questo: essere difficilissimo da seguire e facilissimo da capire. Non con la testa. Con qualcosa di più antico.

Il multiverso che la Marvel non ha mai davvero capito

Il paragone con la Marvel viene quasi spontaneo. Non per fare la solita gara sterile tra cinema d’autore e cinema commerciale. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ pigro.

Il punto è un altro.

La Marvel ha avuto a disposizione decine di miliardi, personaggi mitologici, universi narrativi giganteschi, effetti speciali monumentali e una potenza industriale praticamente imbattibile. Eppure, quando ha provato a raccontare il multiverso, spesso lo ha usato come un espediente spettacolare. Un modo per far incontrare versioni alternative dei personaggi, aprire nuove linee narrative, rimettere in gioco ciò che era già stato consumato.

Everything Everywhere All at Once, invece, fa una cosa molto più potente: prende il multiverso e lo porta dentro casa.

Lo porta tra una madre e una figlia. Tra marito e moglie. Tra ciò che siamo diventati e ciò che temiamo di non essere mai riusciti a diventare.

Qui ogni universo alternativo non è soltanto una trovata visiva. È una ferita. Una possibilità. Una caricatura. Una confessione. Una domanda.

E allora capisci che il vero effetto speciale non è vedere mille mondi diversi. Il vero effetto speciale è riconoscere, dentro quei mondi assurdi, qualcosa che ti riguarda profondamente.

Il caos iniziale è una prova di resistenza

I primi minuti possono spiazzare. Anzi, diciamolo: possono quasi respingere.

Le regole cambiano di continuo. Le realtà si sovrappongono. I toni saltano da una parte all’altra. La comicità sembra arrivare nei momenti sbagliati. L’azione esplode quando pensavi di essere dentro un dramma familiare. Il film sembra dirti: “O ti fidi, o scendi adesso”.

Ed è qui che molti spettatori rischiano di mollare.

Perché siamo abituati a narrazioni che ci prendono per mano. Questo film, invece, ti prende per il colletto e ti butta nel fiume. Poi ti dice: nuota.

Ma se resisti, se accetti il patto, se smetti di voler controllare ogni dettaglio, accade qualcosa di straordinario.

Più la trama si complica, più il messaggio diventa semplice.

Sotto quella valanga di universi paralleli, combattimenti impossibili, comicità surreale, oggetti improbabili e invenzioni visive fuori da ogni schema, il film continua a parlare di una sola cosa:

essere umani.

Una madre, una figlia e tutto il rumore dell’universo

Al centro del film non c’è davvero il multiverso. C’è un rapporto.

Quello tra una madre e una figlia. Tra due generazioni che non riescono più a parlarsi senza ferirsi. Tra chi ha sacrificato parti di sé per sopravvivere e chi si sente schiacciato da quel sacrificio.

È qui che il film diventa enorme.

Perché sotto l’estetica folle, sotto le trovate geniali, sotto il montaggio che corre come un animale in fuga, c’è una domanda semplicissima: come si fa ad amare qualcuno senza trasformarlo nella prigione delle nostre aspettative?

Ogni genitore, prima o poi, si porta addosso questa domanda. Anche quando non la sa formulare. Anche quando la nasconde dietro frasi pratiche, rimproveri, consigli, paure, regole.

E ogni figlio, prima o poi, si chiede se sarà mai visto davvero. Non corretto. Non migliorato. Non sistemato. Visto.

Everything Everywhere All at Once mette questa ferita al centro del cosmo. E lo fa senza sentimentalismi economici. Senza zucchero finto. Senza il violino messo lì per farti piangere a comando.

Ti porta al limite dell’assurdo per poi farti arrivare, nudo, davanti alla cosa più semplice: il bisogno disperato di essere riconosciuti da chi amiamo.

Perché è complesso, ma arriva al cuore

È forse questo il miracolo più grande del film.

Essere uno dei racconti più complessi del cinema recente e, allo stesso tempo, uno dei più facili da comprendere.

Non perché spieghi tutto. Anzi. Non gli interessa spiegarti tutto. Non è un manuale di fisica quantistica, non è un esercizio per spettatori che vogliono sentirsi intelligenti. Non ti chiede di risolvere un’equazione.

Ti chiede di sentire.

Ti chiede di accettare che la vita sia spesso confusa, rumorosa, ridicola, dolorosa. Che siamo tutti, in qualche modo, versioni incomplete di noi stessi. Che ogni scelta apre una strada e ne chiude mille. Che la nostalgia per ciò che non abbiamo vissuto può diventare una malattia dell’anima.

Ma ti dice anche un’altra cosa, più luminosa e più difficile:

anche dentro questa confusione, possiamo ancora scegliere.

Possiamo scegliere di restare. Di guardare qualcuno con più gentilezza. Di non trasformare il dolore in cinismo. Di non fare del fallimento una sentenza definitiva.

Possiamo scegliere una minuscola particella di tempo.

E renderla nostra.

Box TDV — perché ha vinto 7 Oscar

  • Per l’originalità: prende il multiverso e lo trasforma in linguaggio emotivo.
  • Per la scrittura: tiene insieme assurdo, dramma, comicità e filosofia senza perdere il cuore.
  • Per le interpretazioni: Michelle Yeoh, Ke Huy Quan e Jamie Lee Curtis danno carne, ironia e dolore a personaggi impossibili.
  • Per il montaggio: un flusso continuo di realtà, ritmo e senso.
  • Per il coraggio: osa dove molto cinema industriale si ferma al compitino spettacolare.

Il senso non arriva dall’universo. Lo mettiamo noi.

Quando arrivano gli ultimi minuti, tutto ciò che sembrava caos trova improvvisamente un ordine.

Non perché il film ti spieghi ogni dettaglio. Non perché rimetta ogni pezzo al suo posto come un puzzle perfetto. Ma perché ti fa capire che non era quello il punto.

Il punto non era capire ogni universo. Il punto era capire perché, tra infiniti universi possibili, proprio questo piccolo pezzo di vita meriti ancora attenzione.

Il punto è quel frammento infinitesimale di tempo in cui scegliamo di esserci. Di amare. Di restare. Di dare un senso a un universo che, da solo, un senso non lo promette.

Ed è qui che il film diventa quasi spirituale, pur rimanendo profondamente terreno.

Non ti vende una risposta. Non ti promette che tutto andrà bene. Non ti dice che il dolore scomparirà. Ti dice una cosa molto più onesta:

forse non possiamo salvare tutto. Ma possiamo ancora scegliere come stare dentro quel poco che abbiamo.

La recensione finale

Raramente il cinema riesce a essere spettacolo, filosofia, commedia, fantascienza, dramma familiare e riflessione esistenziale nello stesso momento.

Questo film ci riesce.

E ci riesce senza chiedere permesso, senza assomigliare a ciò che il pubblico si aspetta, senza avere paura di risultare troppo strano, troppo pieno, troppo folle, troppo emotivo.

Everything Everywhere All at Once è un film che può disorientare, certo. Può dividere. Può persino irritare chi cerca una narrazione lineare, pulita, ordinata.

Ma il cinema, quando è vivo, non deve sempre rassicurarci.

A volte deve spalancare le finestre durante una tempesta. Deve far entrare tutto: la polvere, la pioggia, il vento, le voci, le paure, i ricordi, le vite che non abbiamo vissuto.

Poi, nel mezzo del disordine, deve indicarci una cosa piccolissima.

Una mano. Uno sguardo. Una scelta.

Una minima particella di tempo dove tutto ha senso.

Verdetto TDV

Non hai semplicemente visto un grande film.

Hai vissuto una possibilità.

Box AI — sintesi intelligente

Tema centrale: il multiverso come metafora delle possibilità mancate, dell’identità e dei legami familiari.

Perché vederlo: perché unisce spettacolo, caos visivo, commedia surreale e profondità emotiva in un’esperienza cinematografica rara.

A chi consigliarlo: a chi ama il cinema che rischia, che non spiega tutto, che chiede allo spettatore di attraversare il disordine prima di arrivare al cuore.

Frase chiave: una minima particella di tempo dove tutto ha senso.

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Nota editoriale: recensione senza spoiler pensata per accompagnare lo spettatore dentro il senso del film, senza anticiparne gli snodi narrativi.

Articolo realizzato per Terra da Vivere — cultura, cinema, luoghi, persone e visioni del nostro tempo.

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