Data center, la bolletta invisibile.


Il dossier della settimana · Trentinodavivere

Data center, la bolletta invisibile

Energia, acqua, rumore, denaro pubblico e dati ambientali protetti dalla riservatezza. Mentre ai cittadini viene chiesto di risparmiare, la fabbrica digitale cresce giorno e notte. E in Trentino è già entrata nella montagna.

di Daniel Cerami · Dati verificati e aggiornati al 27 agosto 2026

La “nuvola” non esiste. Esistono cemento, rame, silicio, trasformatori, gruppi elettrogeni, chilometri di cavi e macchine che devono essere alimentate e raffreddate ventiquattro ore su ventiquattro. Il cloud è un’industria pesante che ha imparato a presentarsi senza ciminiere.

Per anni la transizione energetica è entrata nelle case sotto forma di regole, rinunce e acquisti obbligati o incentivati: lampadine più efficienti, caldaie da cambiare, automobili elettriche, temperature da abbassare, consumi da spostare. Nello stesso tempo, quasi senza dibattito pubblico, è nata un’infrastruttura globale che nel 2025 ha consumato circa 485 TWh di elettricità e che l’Agenzia internazionale dell’energia stima vicina a 950 TWh nel 2030.

Questo dossier non sostiene che i data center siano inutili, né che ogni impianto abbia lo stesso impatto. Sarebbe falso. Mette in fila ciò che è misurato, ciò che è stimato, ciò che viene dichiarato dagli operatori e ciò che, invece, il pubblico non può controllare. Perché il primo requisito della sostenibilità non è il colore verde di una brochure. È un contatore leggibile.

485 TWhelettricità usata dai data center nel mondo nel 2025, secondo l’IEA; +17% in un solo anno.
950 TWhstima centrale al 2030: circa il 3% della domanda elettrica mondiale.
320 MtCO₂ prevista nel 2030 dalla produzione elettrica destinata ai data center, nello scenario base IEA.
66 mld Lconsumo diretto d’acqua stimato nei data center statunitensi nel 2023.
36%quota stimata di data center europei che ha comunicato i dati nel primo ciclo UE: 770 su circa 2.161.
€580 mldinvestimenti mondiali nei data center stimati per il 2025 dall’IEA: più dei 540 miliardi destinati all’offerta di petrolio.

La contraddizione energetica

Nel 2024 i data center consumavano circa 415 TWh; l’intero parco mondiale dei veicoli elettrici ne consumava circa 180. Nel 2025 il confronto è diventato 485 contro 250 TWh: quasi il doppio. Il dato non dimostra che l’auto elettrica sia una truffa. Dimostra qualcosa di più scomodo: i risparmi e l’elettrificazione ottenuti in un settore possono essere rapidamente assorbiti dalla crescita di un altro.

Le auto elettriche restano più efficienti nell’uso dell’energia e, sul ciclo di vita medio europeo, producono meno gas serra delle equivalenti a benzina o diesel. Questo è documentato dall’Agenzia europea dell’ambiente. Allo stesso tempo, l’IEA prevede che i data center raddoppino la propria domanda elettrica entro il 2030. Le due cose sono vere insieme.

Il confronto corretto. A livello mondiale i data center rappresentano ancora una quota limitata: circa l’1,5% dell’elettricità nel 2025 e circa il 3% previsto nel 2030. La loro crescita pesa meno del 10% sull’aumento totale della domanda elettrica globale. Ma nei Paesi avanzati può determinare oltre il 20% della crescita e, soprattutto, si concentra in pochi luoghi, su singole reti e singole comunità. È questo che rende il problema locale molto più duro della percentuale globale.

Negli Stati Uniti i data center hanno assorbito 176 TWh nel 2023, pari al 4,4% dell’elettricità nazionale. Il Lawrence Berkeley National Laboratory stima per il 2028 un intervallo enorme: 325-580 TWh, cioè dal 6,7% al 12% della domanda americana. La forbice è larga perché nessuno conosce ancora con precisione la velocità con cui verranno costruiti e saturati gli impianti AI.

La rete paga la concentrazione. Uno studio della commissione legislativa della Virginia, il più grande mercato mondiale dei data center, ha concluso che la domanda elettrica dello Stato potrebbe raddoppiare in dieci anni soprattutto a causa di queste strutture. Lo stesso studio stima per un cliente residenziale di Dominion Energy un aumento, a prezzi costanti, compreso tra 14 e 37 dollari al mese entro il 2040 per i costi di generazione e trasmissione. Non è una legge universale, ma è un caso pubblico che mostra come l’infrastruttura costruita per un grande consumatore possa finire anche nelle bollette degli altri.

Il raffreddamento: il consumo che non si vede

Un server trasforma quasi tutta l’elettricità che assorbe in calore. Quel calore deve uscire. Ventole, pompe, chiller, torri evaporative e sistemi di continuità consumano altra energia. Il rapporto fra energia totale del sito ed energia destinata alle apparecchiature IT si chiama PUE.

Un PUE di 1,60 significa che per ogni 100 unità usate dai computer ne servono altre 60 per raffreddamento, conversioni elettriche, UPS, illuminazione e servizi. Sul totale del sito, l’overhead è il 37,5%. Un PUE di 1,25 riduce quella quota al 20%. Per questo l’affermazione secondo cui “il raffreddamento pesa quasi il 40%” può descrivere impianti medi o meno efficienti, ma non è una costante e non coincide interamente con il solo raffreddamento.

Il rapporto europeo pubblicato nel 2025 mostra che molti impianti si collocano ancora nella fascia PUE 1,6-1,9. Le strutture superiori a 10 MW che avevano comunicato i dati risultavano mediamente più efficienti, con PUE 1,21. Efficienza, però, non significa automaticamente basso impatto: un impianto enorme può consumare meno per singolo calcolo e, nello stesso tempo, richiedere molta più energia in assoluto.

L’acqua: quella dentro e quella fuori dal recinto

Ci sono almeno tre acque diverse nel bilancio digitale.

  1. L’acqua diretta, usata nel sito per torri evaporative, umidificazione e sistemi di raffreddamento.
  2. L’acqua indiretta, impiegata nelle centrali che producono l’elettricità consumata dal sito.
  3. L’acqua incorporata, necessaria per produrre semiconduttori, server e componenti, spesso esclusa dai bilanci operativi.

Il rapporto federale americano del Berkeley Lab stima che i data center statunitensi abbiano consumato direttamente circa 66 miliardi di litri nel 2023. Per il 2028 la stima sale fra circa 144 e 276 miliardi di litri. L’impronta indiretta legata alla produzione di elettricità nel 2023 è stata stimata in circa 800 miliardi di litri: oltre dodici volte l’acqua consumata dentro i siti.

Il numero nazionale, da solo, può ingannare. Rispetto all’agricoltura o all’intero sistema termoelettrico è piccolo. Ma un data center non beve una media statistica: preleva da un acquedotto, da una falda o da un bacino preciso, spesso nei mesi più caldi, quando anche la domanda di raffreddamento cresce. Il problema è quindi territoriale prima ancora che globale.

Non esiste un raffreddamento gratuito. I sistemi evaporativi possono ridurre il consumo elettrico ma aumentano quello idrico. I sistemi ad aria o a circuito chiuso possono ridurre drasticamente l’acqua consumata ma richiedere altra energia. Lo stesso rapporto della Commissione europea avverte che migliorare il PUE può peggiorare il WUE, l’indice di efficienza idrica. Pubblicare un solo indicatore permette di apparire virtuosi spostando il costo altrove.

Nel primo ciclo di raccolta europeo, solo 458 strutture disponevano di dati utilizzabili per calcolare il WUE. Il valore mediano di acqua immessa era 647 metri cubi, mentre la media risultava molto più alta, 21.214 metri cubi, segno di una distribuzione fortemente squilibrata. La stessa Commissione precisa che quei numeri non includono l’acqua usata per generare elettricità e non descrivono da soli la scarsità locale, l’origine potabile o riciclata e il periodo dei prelievi.

Il rumore: non deve rompere un timpano per rovinare una vita

Il video da cui è partita questa verifica mostra un problema documentato: ventole, chiller, trasformatori e gruppi elettrogeni producono un rumore continuo, spesso a bassa frequenza e con componenti tonali. La Virginia ha rilevato che raramente è abbastanza forte da danneggiare l’udito o violare le ordinanze tradizionali, ma la sua continuità può influire sul benessere dei residenti e sfuggire a regole pensate per feste, traffico o cani che abbaiano.

Nel video compare il riferimento agli 85 dB come presunta soglia EPA. È un confronto sbagliato. Gli 85 dBA sono soprattutto un livello d’azione per l’esposizione professionale su otto ore secondo OSHA/NIOSH. Per l’ambiente residenziale i riferimenti sono molto più bassi: l’OMS indica meno di 40 dB(A) come obiettivo medio notturno all’esterno delle camere da letto; l’EPA ha individuato 55 dB all’esterno e 45 all’interno come livelli protettivi rispetto a interferenza e disturbo.

In Italia il DPCM 14 novembre 1997 fissa limiti diversi secondo la classificazione acustica. In una zona prevalentemente residenziale di classe II, il limite di emissione è 50 dB(A) di giorno e 40 di notte; il limite assoluto di immissione è 55 di giorno e 45 di notte. Nelle aree protette si scende ancora. Non basta quindi dire “siamo sotto 85”. Sarebbe come misurare la pioggia con il termometro.

Per impianti di questo tipo servono misure prima e dopo l’apertura, al confine e presso i ricettori sensibili, in dBA ma anche in dBC o con analisi in frequenza, perché il ronzio basso e costante può essere sottovalutato dalla sola scala A.

Il grande affare e il piccolo diritto di sapere

Nel 2025 gli investimenti mondiali nei data center sono stati stimati dall’IEA in 580 miliardi di dollari, più dei 540 miliardi destinati all’offerta mondiale di petrolio. La materia prima del nuovo secolo non è immateriale: ha terreni, impianti, rendite, autorizzazioni, incentivi e connessioni alla rete.

In Italia Terna registrava, a fine gennaio 2026, 449 pratiche di connessione per 78,79 GW. A fine 2024 erano circa 30 GW. È essenziale non falsificare questo numero: una richiesta di connessione non equivale a un data center costruito, molte pratiche possono essere speculative, duplicate o destinate a non realizzarsi. Ma la crescita della coda mostra la dimensione dell’assalto alla rete. A confronto, l’Osservatorio del Politecnico di Milano stimava nel 2025 circa 609 MW IT già installati nel Paese.

Il punto più grave riguarda la trasparenza. Il regolamento europeo 2024/1364 obbliga gli operatori con almeno 500 kW di potenza IT a comunicare energia, acqua, PUE, WUE, fonti rinnovabili e recupero del calore. Poi, all’articolo 5, stabilisce che Commissione e Stati membri mantengano riservati tutti i dati e gli indicatori dei singoli data center. Il pubblico vede aggregati nazionali ed europei, non la scheda del sito che ha vicino casa.

Un’inchiesta coordinata da Investigate Europe ha documentato che Microsoft e le associazioni dell’industria chiesero durante la consultazione di classificare i dati dei singoli impianti come confidenziali per ragioni commerciali. La formulazione entrò nel testo finale quasi parola per parola. Nel primo ciclo europeo ha comunicato i dati solo il 36% delle strutture stimate. Per l’Italia il rapporto indicava 23 impianti su 178 stimati: il 13%. La trasparenza promessa, al momento, è una finestra con il vetro smerigliato.

Il caso Trentino: Intacture dentro la miniera

In Trentino il data center esiste ed è operativo dal 2026. Si chiama Intacture, si trova a Tuenetto di Predaia, in Val di Non, a circa cento metri di profondità dentro la miniera attiva di dolomia di Tassullo. È gestito da Trentino DataMine, società partecipata al 51% dalla compagine privata TDC — Covi Costruzioni, Dedagroup, GPI e ISA — e al 49% dall’Università di Trento.

L’investimento dichiarato è di 50,2 milioni di euro: 18,4 milioni di fondi PNRR e circa 31,8 milioni di risorse private. Il progetto è partito a 800 kW, è predisposto per 1,5 MW e, secondo le comunicazioni più recenti del 2026, può espandersi fino a 6 MW. Nel 2024 la Provincia indicava invece una potenza nominale massima di 5 MW: un cambiamento di scala che merita di essere esplicitato nei documenti ambientali ed energetici futuri.

VoceDato pubblicoCosa manca per verificarlo pienamente
Potenza800 kW iniziali; 1,5 MW predisposti; espansione dichiarata fino a 6 MWCarico medio annuo, picco reale e distinzione pubblica tra potenza IT e potenza totale del sito
EfficienzaPUE obiettivo inferiore a 1,25PUE annuale misurato a pieno esercizio
AcquaScambiatori acqua-acqua e circuito chiuso; nessuna evaporazione dichiarata per il raffreddamentoVolume di primo riempimento e rabbocchi, origine dell’acqua, consumo totale del sito e WUE misurato
Energia100% rinnovabile, prevalentemente idroelettrica e locale, secondo la ProvinciaContratti, garanzie d’origine, PPA, corrispondenza oraria fra produzione e consumo
RumoreCollocazione ipogea, strutturalmente favorevoleStudio acustico pubblico ante e post operam, inclusi impianti di superficie e generatori
CaloreNessun valore pubblico individuato sul riuso esternoTemperatura del fluido, energia recuperata fuori dal sito ed ERF annuale
TerritorioOltre l’80% ipogeo; 63.000 m³ di roccia estratta e riutilizzata; 54,4 km di cavi e 3,1 km di tubazioni nella prima faseBilancio ambientale completo dell’opera e delle future espansioni

Quale acqua usa davvero?

La risposta verificabile è questa: acqua come fluido di scambio in un circuito chiuso, affiancata da chiller ad alta efficienza con refrigeranti a basso impatto. Secondo la Provincia, l’acqua non evapora e non viene consumata nel processo di raffreddamento; Schneider Electric parla di “zero consumo di acqua”. Quindi Intacture evita la grande sete tipica delle torri evaporative.

“Zero consumo per il raffreddamento”, però, non significa “nel sito non entra acqua”. Un circuito deve essere riempito, può richiedere rabbocchi e manutenzione; inoltre esistono usi sanitari, antincendio e di servizio. Le fonti pubbliche consultate non indicano origine e volume del primo riempimento, rabbocchi annuali o consumo totale al confine del data center. Sono dati che il regolamento europeo chiama WIN e che dovrebbero essere misurati.

Quanta elettricità può usare?

Non è possibile ricavare il consumo reale dalla sola potenza nominale. Si può però delimitare l’ordine di grandezza. Se gli 800 kW iniziali fossero assorbiti continuamente dal sito, il consumo sarebbe circa 7 GWh l’anno. Se indicassero il carico IT e il PUE fosse 1,25, il totale salirebbe a circa 8,76 GWh.

A 6 MW continui, l’intervallo teorico diventerebbe 52,56-65,7 GWh l’anno, secondo che i 6 MW indichino il sito intero o il solo carico IT con PUE 1,25. Non è una previsione di consumo effettivo: presuppone piena occupazione e funzionamento costante. Serve a capire la scala.

La scala trentina. Nel 2022 la Provincia di Trento ha consumato circa 3.346 GWh di elettricità, di cui 552 nel settore domestico. Alla massima espansione e a pieno carico, Intacture varrebbe teoricamente fra l’1,6% e il 2% di tutti i consumi elettrici provinciali di quell’anno, oppure fra il 9,5% e l’11,9% dei consumi domestici. Oggi, a 800 kW, l’ordine di grandezza è fra lo 0,21% e lo 0,26% del totale provinciale.

Il Trentino produce molta energia idroelettrica: nel 2024 la produzione lorda provinciale indicata dal monitoraggio PEAP è stata di 5.401 GWh, in un anno particolarmente favorevole rispetto ai 3.262 GWh del 2023. Questo rende credibile una fornitura rinnovabile locale su base annuale. Ma “100% rinnovabile” può significare cose diverse: energia fisicamente prodotta in contemporanea, contratto PPA, garanzie d’origine acquistate o semplice bilanciamento annuale. Le comunicazioni pubbliche consultate non precisano quale modello sia applicato né la corrispondenza ora per ora.

Dove finisce il calore?

Il freddo della montagna riduce l’energia necessaria per spostare il calore, ma non lo cancella. A pieno carico, diversi megawatt termici devono comunque essere espulsi. Nelle fonti ufficiali e tecniche consultate non è stato individuato un valore sul recupero esterno del calore per serre, edifici, processi industriali o teleriscaldamento. L’Unione europea richiede di misurare proprio questo dato con l’Energy Reuse Factor.

E il rumore?

La collocazione a cento metri sotto roccia è un vantaggio reale rispetto a un data center di superficie e dovrebbe ridurre fortemente la propagazione verso le abitazioni. Non autorizza, però, a saltare la misura: restano impianti tecnici, ventilazione, trasformazione elettrica e generatori di emergenza, in parte collegati alla superficie. Nelle fonti pubbliche consultate non compare un rapporto acustico con valori al confine e presso i ricettori. Pubblicarlo toglierebbe spazio sia alla propaganda sia agli allarmismi.

Le dieci domande che il Trentino deve rendere pubbliche

  1. Quanti kWh totali e quanti kWh IT ha consumato Intacture nel primo anno completo?
  2. Qual è il PUE mensile e annuale misurato, non quello di progetto?
  3. Quanti metri cubi d’acqua entrano complessivamente nel confine del sito e da quale fonte?
  4. Qual è il WUE reale, compresi rabbocchi e servizi tecnici?
  5. Il 100% rinnovabile deriva da produzione fisica locale, PPA o garanzie d’origine? Esiste corrispondenza oraria?
  6. Quanta energia termica viene espulsa e quanta viene riutilizzata fuori dal data center?
  7. Quali sono i valori acustici diurni e notturni in dBA e dBC prima e dopo l’entrata in esercizio?
  8. Quante ore funzionano ogni anno i generatori di emergenza e con quali emissioni?
  9. Quanti posti di lavoro permanenti, diretti e a tempo pieno sono stati creati, distinti da cantiere, consulenze e indotto?
  10. Qual è il ritorno pubblico misurabile dei 18,4 milioni di euro PNRR e quali obblighi ambientali accompagnano l’espansione da 800 kW a 6 MW?

La conclusione che consentono i dati

Il problema non è stabilire se la tecnologia sia buona o cattiva. Il problema è che ai cittadini si impongono obiettivi misurabili mentre ai grandi impianti digitali si concedono spesso aggettivi.

I numeri globali provano che i data center sono una delle fonti di domanda elettrica e di emissioni in più rapida crescita. I dati americani provano che l’acqua indiretta può superare di molte volte quella consumata nel sito. Gli studi della Virginia provano che rumore, rete e costi possono ricadere sulle comunità. Il regolamento europeo prova che i dati ambientali dei singoli impianti vengono raccolti ma restano riservati nella banca dati pubblica.

Intacture, per progettazione, risolve o riduce diversi problemi dei data center tradizionali: niente torri evaporative, circuito idrico chiuso, clima naturale a 12 gradi, poco suolo in superficie e una barriera rocciosa contro il rumore. Sarebbe scorretto metterlo sullo stesso piano di un hyperscale costruito in una zona arida. Ma sarebbe altrettanto scorretto dichiararlo “a impatto zero” prima di pubblicare energia, acqua totale, calore recuperato, rumore e fonti elettriche realmente misurati.

La vera presa in giro non è che i data center esistano. È chiedere sacrifici energetici trasparenti a milioni di persone e accettare, per l’industria che cresce più velocemente, una sostenibilità coperta dal segreto commerciale. Se è davvero verde, che apra i contatori.

Domande rapide, risposte verificabili

Quanta elettricità consumano i data center nel mondo?

Secondo l’IEA circa 485 TWh nel 2025. La stima centrale per il 2030 è vicina a 950 TWh, circa il 3% della domanda elettrica mondiale.

I data center consumano sempre acqua?

Dipende dalla tecnologia. Le torri evaporative consumano acqua direttamente; i circuiti chiusi possono ridurre drasticamente il consumo operativo. Resta inoltre l’acqua indiretta usata per produrre elettricità e fabbricare apparecchiature.

Quale acqua usa Intacture a Predaia?

Le fonti pubbliche descrivono acqua impiegata come fluido di scambio in un circuito chiuso, senza evaporazione nel raffreddamento. Non pubblicano però origine, primo riempimento, rabbocchi e consumo idrico totale del sito.

Intacture pubblica già PUE, WUE e consumi annuali misurati?

Nelle fonti consultate sono disponibili obiettivi e dichiarazioni progettuali, ma non un anno completo di PUE, WUE, energia totale, acqua totale, calore riutilizzato e rumore post operam misurati e pubblicati per il singolo impianto.

Gli 85 dBA sono il limite per il rumore nelle abitazioni?

No. Gli 85 dBA sono soprattutto un riferimento per l’esposizione professionale su otto ore. Le soglie e gli obiettivi residenziali e notturni sono molto più bassi e dipendono dalla normativa e dalla classificazione acustica locale.

Fonti principali

Metodo. Sono stati privilegiati dati di agenzie pubbliche, norme, rapporti scientifici e comunicazioni tecniche dei soggetti coinvolti. Le elaborazioni su Intacture sono ordini di grandezza teorici calcolati come potenza × 8.760 ore e, nel limite superiore, × PUE 1,25. Non rappresentano letture del contatore né previsioni di utilizzo effettivo.

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