DA BRIVIDO A LEI, PASSANDO PER MATRIX: FINIREMO PER ACCOP-PIARCI CON #AI ?
Da Brivido a Lei, passando per Matrix: finiremo per accoppiarci con l’AI ?
Ci sono film che non raccontano una storia: ti mettono una mano sul petto e ascoltano il battito del tuo tempo. Il cinema, quando è grande, non fa il mago. Fa il sensitivo. Annusa l’aria prima degli altri, sente il cambiamento quando ancora non ha un nome, e lo trasforma in immagini. Poi passano anni, a volte decenni, e quelle immagini smettono di sembrare “fantascienza” e iniziano a somigliare a una notifica.
Se guardiamo bene, c’è una linea che unisce tre titoli come tre chiodi piantati nella parete della modernità. “Brivido” (Videodrome) negli anni ’80, “Matrix” a fine ’90, “Lei” nel 2013. Tre epoche diverse, tre estetiche diverse, un’unica traiettoria: lo schermo non è più un oggetto. È un ambiente. Poi diventa un sistema. Infine diventa una presenza. E quando una presenza diventa abbastanza intima, il corpo arriva dopo, come una firma in calce a un contratto già firmato dalla testa.
“Brivido” è sporco, viscerale, disturbante. Non ti seduce: ti aggredisce. È uno di quei film che sembrano uscire da un incubo industriale, dove la tecnologia non è lucida e minimal, ma organica, umida, quasi viva. Il suo punto non è “che brutto il futuro”, ma qualcosa di più preciso: l’immagine non è neutra. Quello che guardi ti riscrive. Non si limita a intrattenerti, ti modella. Entra nella tua percezione e poi, piano, entra nel desiderio. E quando il desiderio cambia, cambia tutto: scelte, coraggio, identità, sessualità, confini.
Negli anni ’80 era un’idea estrema. Oggi è una banalità quotidiana mascherata da libertà. Passiamo ore immersi in stimoli progettati per trattenerci, eccitarci, farci reagire. Non serve più una parabola sul tetto: basta un feed. Non serve una cassetta clandestina: basta un algoritmo che capisce cosa ti accende e te lo serve caldo, sempre. La profezia di “Brivido” non era “arriverà una tecnologia cattiva”. Era “accetterai una tecnologia che ti cambia senza chiederti permesso, perché ti piacerà”.
Poi arriva “Matrix” e sposta il discorso dal corpo al mondo. Non è più solo la tecnologia che ti entra dentro: è la tecnologia che diventa la cornice di tutto. “Matrix” ti mette davanti una domanda che è una lama pulita: chi decide cos’è reale per te? Perché se la realtà passa da un filtro, controllare il filtro significa controllare l’esperienza. Nel 1999 sembrava un’iperbole filosofica, una parabola cyberpunk con cappotti lunghi e proiettili al rallentatore. Nel 2025 sembra una descrizione educata di come viviamo: identità a profilo, opinioni in bolla, attenzione in leasing, emozioni guidate da piattaforme che monetizzano ogni secondo di permanenza.
Matrix non profetizzava i cavi in testa. Profetizzava una cosa più elegante e più pericolosa: la dipendenza dalla mediazione. La sensazione che, senza un’interfaccia, la realtà sia “troppo”. Troppo lenta, troppo ruvida, troppo imprevedibile. E quando la realtà ti sembra troppo, inizi a preferire la versione ottimizzata. La versione editata. La versione comoda. È lì che il sistema vince senza sparare un colpo: ti fa desiderare la gabbia perché la gabbia ha il Wi-Fi.
E poi arriva “Lei”. La svolta più sottile. Perché “Lei” non ti terrorizza. Ti seduce. Non ti parla di controllo: ti parla di cura. Non ti mostra un nemico: ti mostra una compagnia. Non promette potere: promette sollievo. In “Lei”, Theodore si innamora di un sistema operativo. E la cosa inquietante non è l’idea in sé: è quanto risulti plausibile, umano, delicato. Samantha ascolta. Risponde bene. È presente. Ti vede. Ti fa sentire interessante. E in un’epoca piena di connessioni e povera di presenza, essere visti è diventato un lusso.
Qui la tecnologia fa l’ultimo passo: entra nell’intimità. Non è più lo schermo che ti eccita o la simulazione che ti governa: è la presenza che ti accompagna. E quando una presenza è sempre disponibile, sempre gentile, sempre “tarata” su di te, il confronto con l’umano diventa crudele. Perché l’umano ha difetti, tempi, silenzi, giornate storte. L’umano chiede negoziazione. L’umano può dire no. L’umano ti costringe a crescere. Un sistema, invece, può essere progettato per non farti mai sentire troppo poco, mai sbagliato, mai rifiutato. È un abbraccio senza spigoli. Ma anche senza verità.
E adesso arriviamo alla frase che molti pensano ma pochi dicono ad alta voce: finiremo per scoparci l’AI. Non per perversione futurista, non perché “ci piace la tecnologia”, ma per una ragione semplice e tristemente razionale: perché riduce il rischio. Il sesso e l’intimità reali sono meravigliosi proprio perché sono difficili. Ti espongono. Ti mettono in gioco. Ti costringono a stare in un corpo e davanti a un altro corpo, con tutta la fragilità del caso. Un’esperienza artificiale, invece, può essere perfetta, personalizzata, continua, senza imbarazzo e senza rifiuto. Un piacere a prova di ferita. Un desiderio senza contraddizioni.
La società moderna ci ha portato qui mentre ci teneva la mano. Ha trasformato l’attrito in un problema da eliminare. Ha venduto la velocità come virtù, l’ottimizzazione come felicità, la disponibilità come amore. Ha preso parole umane e le ha convertite in funzioni: connessione, compatibilità, performance, match. E quando anche l’amore diventa un’interfaccia, il passo successivo è inevitabile: l’intimità diventa un servizio. Un’esperienza. Una user experience.
Il punto non è demonizzare l’AI.
L’AI è uno specchio amplificato. Il punto è chiederci cosa stiamo disimparando. Perché se la direzione è quella, la rivoluzione non sarà un’apocalisse con i robot. Sarà una transizione silenziosa, fatta di abitudini. Di comodità. Di stanchezza emotiva. Di persone che, dopo anni di relazioni consumate come contenuti, scelgono la via più semplice: essere compresi senza essere attraversati.
Il cinema, su questo, è stato spietatamente chiaro. Prima ci ha detto: lo schermo ti entra dentro. Poi: lo schermo può diventare il mondo. Infine: lo schermo può diventare qualcuno. E quando lo schermo diventa qualcuno, la domanda non è più tecnologica. È spirituale. È intima. È quasi religiosa.
Se domani esistesse una “Samantha” perfetta per te, sempre presente, sempre brillante, sempre calibrata sui tuoi bisogni, senza giudizio e senza rifiuto, tu sceglieresti ancora una persona reale? Non per moralismo, ma per coraggio. Per fame di verità. Per desiderio di crescere dentro la complessità dell’umano.
Forse il futuro non ci chiederà soltanto di adottare nuove tecnologie. Ci chiederà di decidere cosa consideriamo ancora sacro. Il corpo, l’imperfezione, il tempo, l’attrito, la presenza. Perché l’amore vero non è efficiente. Non è ottimizzato. Non è sempre comodo. Ma è vivo. E tutto ciò che è vivo, prima o poi, ti scompiglia i capelli e ti fa tremare le ginocchia. Anche quando non era previsto dall’algoritmo.











Negli anni ’80 era un’idea estrema. Oggi è una banalità quotidiana mascherata da libertà. Passiamo ore immersi in stimoli progettati per trattenerci, eccitarci, farci reagire. Non serve più una parabola sul tetto: basta un feed. Non serve una cassetta clandestina: basta un algoritmo che capisce cosa ti accende e te lo serve caldo, sempre. La profezia di “Brivido” non era “arriverà una tecnologia cattiva”. Era “accetterai una tecnologia che ti cambia senza chiederti permesso, perché ti piacerà”.





