IPERCONNESSI MA SEMPRE PIÙ DISCONNESSI: Riconettiamoci Humans
L’iperconnessione disconnette l’essere umano
(e perché siamo arrivati a temere perfino un bacio)
Il bacio col modulo in triplice copia
In ufficio qualcuno butta lì la notizia, con quel tono mezzo ironico, mezzo serio che si usa quando parli
di qualcosa che ti fa anche un po’ paura:
«Oh, guarda che adesso se incontri una donna, la porti a casa e uno dei due ha bevuto… ti serve il consenso
scritto, sennò sei fregato.»
Silenzio di due secondi. Poi parte la risata amara. Perché la sensazione è quella: stiamo scivolando in
un mondo in cui, per sfiorarsi, serve un modulo. Per baciarsi, un prestampato. Per fare l’amore, una liberatoria
in carta bollata.
Non è solo la frase in sé. È il sottotesto. Il messaggio che rimbomba sotto tutta questa sceneggiata:
Siamo talmente iperconnessi che ci siamo disconnessi.
L’iperconnessione digitale è diventata un paravento perfetto dietro cui infilare paura, sospetto e
diffidenza. Ti dicono che sei “sempre connesso”, ma in realtà ti stanno solo allontanando dagli altri esseri
umani in carne e ossa.
La parentesi necessaria: la bufala del “consenso scritto”
Facciamola breve, così ce la togliamo dai piedi.
No: non esiste nessuna legge italiana che ti imponga di far firmare un foglio a una donna
(o a chiunque) prima di portarla a casa. Non c’è “il contratto per il bacio”, né il “modulo unico per il rapporto
sessuale consenziente”. Nessun notaio in camera da letto.
Quello che esiste davvero è una riforma che introduce nel reato di violenza sessuale il concetto di
«consenso libero e attuale»: se fai o fai subire atti sessuali a qualcuno senza il suo consenso vero, qui e
ora, quello è reato. Punto.
Vuoi leggere il testo reale, non il riassunto da bar? Ecco alcuni approfondimenti seri:
Avvenire – La legge sul consenso: il significato, cosa cambia e perché è stata rinviata
Giurisprudenza Penale – Il testo dell’emendamento sul «consenso libero e attuale»
Amnesty International Italia – Approvata alla Camera la proposta di legge sul consenso
Se Non Ora Quando Torino – «Finalmente il consenso al centro»
E il famigerato “consenso scritto”? Quello arriva da qualche titolo acchiappaclick e da certe
interpretazioni isteriche: articoli che prendono un’idea complessa e la trasformano in barzelletta, fino a far
credere alla gente che serva davvero un modulo per sfiorarsi.
C’è chi ha già smontato per bene questa farsa digitale:
Non siamo al livello delle bufale totali, ma ci siamo vicini: una notizia vera (la riforma sul consenso)
viene caricata di caricatura, sarcasmo e paura, fino a diventare qualcos’altro. E questo “qualcos’altro” diventa
il racconto dominante al bar, in ufficio, su WhatsApp.
Fin qui il diritto. Da qui in poi, il problema si sposta altrove.
Siamo tutti collegati, ma non connessi
Oggi possiamo parlare con chiunque, in qualunque momento. Messaggi, vocali, videochiamate, DM, chat di
gruppo, piattaforme su piattaforme.
Eppure:
- non reggiamo uno sguardo diretto per più di qualche secondo;
- ci imbarazziamo in un silenzio dal vivo;
- ci sentiamo più “noi stessi” in chat che a tavola con qualcuno.
La verità è cruda:
non siamo connessi tra di noi, siamo soltanto agganciati alla stessa rete.
Collegato vuol dire che ti sento. Tracciato vuol dire che ti misuro.
Nel frattempo, ci sembra normale vivere in apnea digitale, come raccontato in uno degli editoriali di
TDV:
«SAI CHE NON SEI OBBLIGATO A RISPONDERE? QUESTA SI che si CHIAMA “LIBERTA’”»
– Non sei obbligato a rispondere: il silenzio non è una colpa. Riscoprire la libertà di non essere sempre disponibili.
Siamo iperconnessi a livello digitale, ma sempre più soli dal vivo. Possiamo raggiungere chiunque, ma
facciamo fatica a raggiungere noi stessi.
La cultura del sospetto: l’altro come rischio permanente
Dentro a questo contesto, l’idea del “consenso scritto” è perfettamente coerente, anche se non è vera.
Perché da anni ci stanno ripetendo lo stesso mantra, con sfumature diverse:
- l’altro può infettarti (pandemie);
- l’altro può denunciarti (paranoia legale);
- l’altro può filmarti e sputtanarti online (linciaggio social);
- l’altro può rovinarti la reputazione con un post.
Risultato? Non ti fidi. Non rischi. Non ti apri. Non ti lasci andare.
L’intimità – che dovrebbe essere il luogo più libero – diventa il posto dove hai più paura di sbagliare.
Non “impariamo a chiedere e ad ascoltare”, ma “mettiamoci al sicuro, tuteliamoci, firmiamo”. Il rispetto, che
dovrebbe essere reciproco, viene rimpiazzato dal sospetto reciproco.
L’algoritmo come nuovo confessore
Intanto, mentre ti convincono che l’altro è un rischio, ti spingono sempre più dentro lo schermo.
Lì ti senti:
- capito dal feed (“ti mostra ciò che ti piace”);
- ascoltato dagli algoritmi (contenuti “su misura per te”);
- parte di una folla con cui, in realtà, non parlerai mai davvero.
Ti sfoghi online, ti mostri online, flirti online. E a ogni interazione:
- lasci dati;
- lasci preferenze;
- lasci tracce emotive.
L’algoritmo sa di te cose che non hai mai raccontato a nessuno. Il paradosso è questo:
il telefono ti conosce meglio di tua madre, ma tu non conosci nemmeno più i tuoi vicini di casa.
Su TDV ne abbiamo già parlato, in un altro editoriale che entra a gamba tesa proprio su questo punto:
«NON CI UCCIDERA’ L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, MA L’UOMO CHE SI SENTE INUTILE SENZA DI LEI»
– Prima ancora della corrente elettrica, siamo diventati dipendenti da qualcosa di peggiore:
la sensazione che da soli non ce la facciamo.
Questa non è connessione. È colonizzazione dell’attenzione.
IA, cervello e il rischio di spegnerci da soli
In questi mesi gira anche un’altra immagine potente: due cervelli affiancati, uno etichettato come
“ChatGPT user” e uno “non-ChatGPT user”, con zone colorate, luci, aree che sembrano accendersi e spegnersi.
L’accompagna una riflessione attribuita a studi del MIT (attribuzione che andrebbe sempre verificata con molta
calma, prima di prenderla come oro colato).
Al di là dell’esattezza scientifica dei numeri, la fotografia simbolica è questa:
- Memoria indebolita: una larga quota di utenti non ricorderebbe neppure ciò che ha appena scritto insieme all’IA.
- Connettività cerebrale ridotta: il cervello si “accende” meno, anche dopo l’uso.
- Apprendimento più lento: si riduce lo sforzo mentale richiesto per capire davvero.
Non è un invito ad abbandonare l’intelligenza artificiale. È il contrario: è un invito a usarla con criterio.
La regola, se vogliamo ridurla all’osso, è semplice:
Non iniziare dall’IA.
Pensa, formula, costruisci tu. Poi lascia che l’IA migliori e amplifichi.
Abbiamo già vissuto dinamiche simili:
- tastiera al posto della scrittura a mano;
- foto al posto dell’osservazione reale;
- GPS al posto dell’orientamento naturale.
Ogni volta che deleghiamo troppo presto, indeboliamo il processo cognitivo. Quando lasci che sia il
navigatore a pensare per te dal primo metro, smetti di sapere dove sei. Quando lasci che sia l’IA a scrivere
al posto tuo dal primo rigo, smetti di sapere cosa pensi davvero.
La tecnologia può potenziarci, ma solo se restiamo al centro del processo. Se diventiamo periferiche di noi
stessi, saremo iperconnessi fuori e spenti dentro.
Il corpo come errore di sistema
In un mondo che vuole tutto prevedibile, il corpo è un problema.
Il corpo:
- suda, trema, si imbarazza;
- desidera all’improvviso, poi si tira indietro;
- sbaglia i tempi, le parole, le distanze.
Dal punto di vista di un algoritmo, il corpo è un bug: cambia idea, non è lineare, è pieno di
contraddizioni. E allora si prova a spostare tutto sul virtuale: sexting, video, chat infinite, foto. Lì puoi
cancellare, riscrivere, filtrare.
Dal vivo no. Dal vivo c’è la gaffe, l’inciampo, il “non so cosa dire”. Ma è proprio lì che abita la vita
vera: nell’imprevisto, nell’abbraccio che arriva un secondo prima che la testa sia pronta, in quel “ti va se…?”
sussurrato male ma sincero.
Se ti abitui a pensare che l’unica tutela sia la carta firmata, smetti di sviluppare la cosa più importante
che hai: la tua capacità di percepire l’altro. Di ascoltarne il linguaggio del corpo, di cogliere se qualcosa
non va, di fermarti se senti che l’energia cambia.
La riconnessione umana: dove comincia davvero
Non serve tornare nelle caverne né bruciare gli smartphone. La vera rivoluzione, oggi, è molto più
semplice e molto più radicale:
usare la tecnologia come strumento, non come habitat;
difendere il diritto alla relazione fisica come difendi il diritto alla privacy;
rifiutare l’idea che per ogni gesto umano serva una certificazione.
Vuoi parlare di consenso sul serio? Allora parliamo di:
- imparare a chiedere con parole chiare;
- imparare ad ascoltare le parole e i silenzi;
- imparare a fermarsi se l’altro cambia idea;
- accettare che il desiderio non è un contratto irrevocabile.
E vuoi sabotare – nel tuo piccolo – questo sistema che ci vuole iperconnessi ma disconnessi?
Fallo con gesti ridicolmente concreti:
- quando sei a cena con qualcuno, lascia il telefono in tasca, schermo in giù;
- fissa un incontro dal vivo senza passare settimane a costruirti il personaggio in chat;
- se sei in intimità, chiedi davvero: «Ti va? È ok? Possiamo fermarci se non ti va più?»;
- impara a dire di no e ad accettare un no, senza trasformarlo in dramma.
In fondo, è la stessa direzione di un altro editoriale di TDV:
«LA TRUFFA DELLA LIBERTA’ – EDITORIALE DI DANIEL CERAMI»
– Non è vita quella in cui sopravvivi a testa bassa e respiri solo per dovere. La libertà vera è decidere.
Approfondimenti collegati su TDV e altrove
Editoriali TDV sulla connessione, la libertà e il sovraccarico digitale
SAI CHE NON SEI OBBLIGATO A RISPONDERE? QUESTA SI che si CHIAMA ” LIBERTA’ “
– La libertà di non essere sempre disponibili, di dire no alle notifiche e sì al proprio tempo interiore.
NON CI UCCIDERA’ L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, MA L’UOMO CHE SI SENTE INUTILE SENZA DI LEI
– Dipendenza tecnologica, senso di inutilità e bisogno di riconnetterci a qualcosa di più vero di un algoritmo.
LA TRUFFA DELLA LIBERTA’ – EDITORIALE DI DANIEL CERAMI
– La libertà come scelta radicale, non come slogan. Un filo diretto con questo pezzo.
Tutti gli articoli taggati “connessione” su TDV
– Una selezione di editoriali che ragionano su iperconnessione, notifiche, silenzi e libertà.
Sezione “Editoriale” – #Tdv – terra da vivere
– L’appuntamento fisso con gli editoriali su politica, società, umanità e tutto quello che i media “normali” non dicono.
Approfondimenti esterni sulla legge del consenso e sulle distorsioni mediatiche
Avvenire – La legge sul consenso: il significato, cosa cambia e perché è stata rinviata
Giurisprudenza Penale – Testo dell’emendamento sul «consenso libero e attuale»
Amnesty International Italia – La proposta di legge sul consenso
Se Non Ora Quando Torino – «Finalmente il consenso al centro»
L’Ortica – «La firma, il notaio e la smorfia: un bollo contro le bufale»
L’unica connessione che vale ancora la pena
La storia del “consenso scritto” è un sintomo. Non è solo una svista giornalistica: è il segno di quanto
siamo già stati educati a temere il contatto, a visualizzare l’altro come problema, a leggere perfino
l’intimità solo in termini di rischio.
Possono continuare a scrivere leggi, fare talk show, montare bufale, gonfiare titoli. Possono provare a
spingerci verso un mondo dove ogni gesto è loggato e ogni parola è archiviata.
Ma c’è una cosa che non potranno mai normare fino in fondo:
il momento esatto in cui due esseri umani, nonostante tutte le paure,
scelgono di incontrarsi davvero, senza schermi in mezzo.
Quel momento non ha bisogno di Wi-Fi, né di firma. Ha bisogno di coraggio, presenza, responsabilità.
Ed è l’unica connessione che, in questo caos di notifiche, valga ancora la pena difendere con i denti.
















