La nuova generazione dei nonni l’abbiamo smarrita completamente






La nuova generazione dei nonni l’abbiamo smarrita completamente



Editoriale nazionale · Terra da Vivere

La nuova generazione dei nonni l’abbiamo smarrita completamente.

Erano quelli degli orti, dei balconi pieni di gerani, delle mani occupate e degli occhi rivolti fuori. Oggi li ritroviamo chini su uno smartphone, chiusi dentro una custodia a libro e dentro un mondo ancora più stretto.

La nuova generazione dei nonni l’abbiamo persa. Non fisicamente. Peggio: l’abbiamo persa mentalmente, culturalmente, umanamente. È ancora lì, seduta accanto a noi, ma guarda altrove. Guarda uno schermo.

Basta entrare in un bar, aspettare in una sala d’attesa, osservare una panchina, una cucina, un tavolo di famiglia. Troveremo uomini e donne tra i cinquanta e i settant’anni con il telefono stretto in mano, lo sguardo basso, il dito che scorre. Sempre. Senza sosta. Come se da quel rettangolo dovesse arrivare una risposta che la vita vera non è più capace di offrire.

La custodia a libro è diventata il sipario sul mondo.

C’è qualcosa di quasi simbolico in quella custodia a libro, intramontabile e ostinatamente presente. Si apre come un piccolo breviario tecnologico, ma dentro non c’è più una preghiera, non c’è una fotografia da mostrare con orgoglio, non c’è una telefonata importante. C’è un flusso infinito di niente.

Video stupidi. Catene di messaggi. Titoli urlati. Giochi che chiedono un’altra partita. Siti di scommesse che promettono una vincita. Pagine che trasformano ogni paura in una notizia e ogni notizia in una paura. Ore intere consegnate a un algoritmo che conosce le loro debolezze meglio di quanto le conoscano i figli.

E così quelli che avrebbero dovuto rappresentare il tempo lento, la memoria, la presenza, sono diventati la nuova fanteria della distrazione permanente.

Dovevano insegnarci ad alzare lo sguardo. Hanno finito per abbassarlo anche loro.
📱 Lo smartphoneNon più uno strumento, ma una stanza chiusa. Ci entrano al mattino e ne escono solo quando la batteria li tradisce.
🎰 Il giocoScommesse, lotterie, gratta e vinci digitali, partite infinite. Il miraggio di una fortuna rapida al posto della pazienza costruita in una vita.
📺 La pauraTelegiornali accesi per ore, titoli ripetuti, emergenze continue. Un mondo visto attraverso l’ansia, mai attraverso la finestra.

Erano gli ultimi custodi del fare. Ora consumano passivamente.

La generazione precedente sapeva tenere in vita una pianta. Sapeva aggiustare una serratura. Sapeva distinguere una stagione dall’odore dell’aria. Conosceva il tempo necessario perché un pomodoro maturasse, perché un impasto crescesse, perché un bambino smettesse di piangere.

Non era una generazione perfetta. Non facciamo poesia da calendario. Aveva rigidità, silenzi, pregiudizi, incapacità emotive. Ma aveva ancora un rapporto fisico con la realtà. La realtà sporcava le mani, chiedeva pazienza, imponeva presenza.

I nuovi nonni, invece, rischiano di diventare la prima generazione anziana completamente addestrata al consumo passivo: guardare, cliccare, credere, condividere, indignarsi, ricominciare.

Non costruiscono una giornata. La subiscono in formato verticale.

Il problema non è che usino la tecnologia.

Il problema è che la tecnologia usa loro.

Li osserva. Li misura. Impara cosa li spaventa, cosa li irrita, cosa li fa restare incollati. Poi restituisce esattamente quello che serve per trattenerli altri dieci minuti. E altri dieci. E altri dieci ancora.

Nel frattempo succede questo:

  • i nipoti parlano e loro rispondono senza alzare gli occhi;
  • le famiglie si incontrano, ma ognuno resta dentro il proprio schermo;
  • una fake news ricevuta in chat pesa più di una spiegazione ragionata;
  • un titolo televisivo diventa una verità assoluta;
  • la paura sostituisce la curiosità;
  • il tempo libero diventa tempo venduto alle piattaforme.

E la cosa più tragica è che molti di loro si sentono informati. In realtà sono soltanto esposti. Esposti a tutto, protetti da niente, allenati a reagire e disabituati a capire.

Le fake news hanno trovato il loro pubblico perfetto.

Per decenni abbiamo raccontato che il problema digitale sarebbero stati i giovani. I ragazzi dipendenti dai social, i bambini davanti ai video, gli adolescenti incapaci di staccarsi dallo schermo.

Intanto una parte enorme degli adulti è precipitata nello stesso meccanismo senza avere neppure gli anticorpi culturali per riconoscerlo.

Crede ai messaggi inoltrati “da una persona affidabile”. Condivide notizie senza aprirle. Scambia un video tagliato per una prova. Interpreta la ripetizione come conferma. Più una notizia viene urlata, più sembra vera.

E poi ci sono i telegiornali, rimasti accesi come vecchi caminetti domestici. Solo che non scaldano: alimentano paura. Guerre, furti, emergenze, malattie, invasioni, crolli. Tutto compresso in un linguaggio che non informa, ma trattiene.

I giornali acquistati ogni mattina diventano spesso il prolungamento cartaceo della stessa liturgia: leggere per confermare ciò che già si teme.

Il nodo non è anagrafico. Non tutti i cinquantenni, sessantenni o settantenni vivono così. Il bersaglio di questo editoriale è un comportamento ormai visibile e diffuso: la resa volontaria dell’attenzione.

Abbiamo perso i nonni prima ancora che diventassero vecchi.

Questa è forse la parte più amara. Non stiamo parlando di persone arrivate alla fine della vita, stanche, fragili, isolate. Stiamo parlando spesso di uomini e donne ancora giovani, attivi, capaci, con decenni davanti.

Cinquantacinque anni. Sessanta. Sessantacinque. Età in cui si potrebbe viaggiare, imparare, coltivare, accompagnare, raccontare. Età in cui si potrebbe essere un ponte tra due mondi.

Invece molti sono diventati un terminale. Ricevono contenuti, li assorbono, li rimandano ad altri. Una catena continua di stimoli senza elaborazione.

Il paradosso è feroce: la generazione che ci rimproverava di stare davanti al computer è finita prigioniera di uno schermo molto più piccolo.

Non ci mancano i nonni di una volta. Ci manca la loro funzione.

Non serve rimpiangere un passato idealizzato. Non servono grembiuli, orti obbligatori o gerani su ogni balcone. Serve qualcosa di molto più serio: recuperare una funzione adulta dentro la società.

Essere nonni non significa soltanto avere nipoti. Significa diventare memoria senza trasformarsi in nostalgia. Significa offrire tempo senza venderlo a una piattaforma. Significa osservare. Ascoltare. Trasmettere. Essere presenti.

Un nonno dovrebbe poter raccontare un luogo, non soltanto inoltrare un link. Dovrebbe sapere riconoscere una truffa, non cadere dentro ogni promessa. Dovrebbe insegnare a dubitare, non a credere a tutto ciò che conferma una paura.

Dovrebbe essere la persona che, mentre tutti guardano lo schermo, indica fuori dalla finestra.

La nuova generazione dei nonni l’abbiamo smarrita. Ma non è ancora troppo tardi.

Possono ancora chiudere quella custodia a libro. Possono ancora spegnere il telegiornale. Possono ancora lasciare perdere l’ennesimo video inutile, l’ennesima notizia falsa, l’ennesima scommessa travestita da speranza.

Possono ancora tornare a guardare un volto, una strada, un balcone, un bambino che chiede attenzione.

Perché il vero scandalo non è invecchiare. È diventare assenti mentre si è ancora pienamente vivi.

Box AI TDV

Questo editoriale analizza la trasformazione culturale di una parte della generazione italiana tra i 55 e i 70 anni, sempre più esposta a dipendenza da smartphone, scommesse online, contenuti brevi, fake news, televisione ansiogena e consumo passivo dell’informazione.

La tesi centrale non riguarda l’età biologica, ma la perdita della funzione sociale del nonno come figura di memoria, presenza, esperienza e trasmissione intergenerazionale.


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