La società dell’affidamento: noi dove siamo ?
C’è una cosa che accomuna quasi ogni essere umano moderno.
La tendenza ad affidarsi.
Fin da piccoli veniamo educati così.
Appena nasciamo veniamo affidati a qualcuno.
All’asilo nido.
Alla scuola materna.
Alle elementari.
Alle medie.
Alle superiori.
La nostra vita passa continuamente dalle mani di una persona a quelle di un’altra.
Un maestro.
Un professore.
Un educatore.
Un allenatore.
Qualcuno che ci insegna.
Qualcuno che ci guida.
Qualcuno che ci corregge.
Poi arrivano le estati.
I centri estivi.
Le colonie.
I campeggi.
Le attività organizzate.
Ancora una volta veniamo affidati.
Non sto dicendo che sia sbagliato. Sto dicendo che diventa una normalità. Talmente normale da diventare invisibile.
Ci abituiamo all’idea che qualcuno debba indicarci la strada.
Che qualcuno debba sapere più di noi.
Che qualcuno debba avere le risposte.
E quando diventiamo adulti il meccanismo continua.
Cambiano soltanto i nomi.
Abbiamo un problema esistenziale?
Ci affidiamo.
Abbiamo una crisi?
Ci affidiamo.
Non sappiamo come stare al mondo?
Ci affidiamo.
Allo psicologo.
Allo psichiatra.
Al coach.
Al mentore.
Al consulente.
Al guru spirituale.
Al maestro di turno.
Ancora una volta cerchiamo qualcuno che sappia.
Qualcuno che abbia capito.
Qualcuno che ci mostri la via.
Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo.
Chi insegna a stare da soli con sé stessi?
Chi insegna a osservare i propri pensieri?
Chi insegna ad ascoltare il proprio silenzio?
Chi insegna a guardarsi dentro senza intermediari?
Perché forse il punto non è che ci affidiamo.
Il punto è che spesso ci affidiamo senza imparare.
Ci affidiamo senza sviluppare una vera osservazione di noi stessi.
Ci affidiamo senza comprendere i nostri meccanismi.
Ci affidiamo senza capire chi siamo.
E così passano gli anni.
Accumuliamo consigli.
Accumuliamo opinioni.
Accumuliamo tecniche.
Accumuliamo insegnamenti.
Ma continuiamo a ignorare la persona che ci accompagna dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza.
Noi stessi.
Gurdjieff e l’uomo meccanico
George Gurdjieff parlava dell’uomo meccanico.
Un uomo che vive reagendo.
Un uomo che ripete schemi.
Un uomo che si muove attraverso la vita senza una reale presenza.
La sua provocazione era semplice e terribile allo stesso tempo.
L’uomo crede di essere sveglio. Ma nella maggior parte dei casi sta dormendo.
Non un sonno fisico.
Un sonno della coscienza.
Un sonno dell’attenzione.
Un sonno della percezione.
Forse è proprio qui che nasce il problema.
Abbiamo imparato a guardare fuori.
Abbiamo imparato a cercare fuori.
Abbiamo imparato ad ascoltare fuori.
Ma quasi mai ci è stato insegnato a osservare dentro.
Di cosa parla questo editoriale?
Questo editoriale riflette sulla tendenza dell’essere umano moderno ad affidare la propria vita, fin dall’infanzia, a figure esterne: educatori, insegnanti, guide, esperti, terapeuti, coach, mentori e guru. Il punto non è negare l’utilità delle guide, ma osservare il rischio di delegare continuamente la conoscenza di sé.
Il testo collega questa dinamica al concetto di “uomo meccanico” attribuito a Gurdjieff e al tema della percezione: l’essere umano crede di scegliere, ma spesso ripete schemi, reagisce, cerca risposte fuori e dimentica di ascoltare ciò che accade dentro.
La percezione affidata agli altri
E così passiamo una vita intera a chiedere indicazioni.
Senza renderci conto che la domanda più importante non riguarda la strada.
Riguarda il viaggiatore.
Chi sono io?
Non il mio lavoro.
Non il mio ruolo.
Non ciò che gli altri pensano di me.
Io.
Quello che rimane quando il rumore si spegne.
Quello che rimane quando finiscono i consigli.
Quello che rimane quando nessuno ci guida.
Perché forse la più grande forma di libertà non è trovare qualcuno a cui affidarsi.
Forse la più grande forma di libertà è imparare finalmente ad abitare sé stessi.
E in un mondo pieno di maestri, guru, influencer, esperti e dispensatori di verità,
questa potrebbe essere la lezione più rivoluzionaria di tutte.
Imparare a conoscersi.
Imparare a osservarsi.
Imparare a esserci.
Senza delegare continuamente a qualcun altro il compito di vivere la propria vita.
Per continuare il viaggio nella percezione
Questo editoriale si inserisce nel percorso culturale di TDV dedicato a percezione, coscienza, società contemporanea e nuove forme di ricerca.
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