SENSE 8: SE L’HAI VISTA RIGUARDALA, SE NO L’HAI VISTA GUARDALA.
Sense8: la serie più bistrattata (e più umana) che Netflix abbia lasciato cadere.
Ci sono serie che funzionano come orologi. E poi c’è Sense8, che funziona come un cuore: a volte batte forte, a volte inciampa, ma quando ti prende… ti prende sul serio.
Io l’avevo vista nel 2018: mi era rimasta addosso come una canzone ascoltata di notte, bella e strana.
Adesso ho appena finito di riguardarla e l’ho vista sotto completamente un altro aspetto. Non è cambiata lei: sono cambiato io. E Sense8 è quel tipo di storia che ti rimanda indietro un riflesso diverso, più profondo, più vero, più scomodo.

Perché l’hanno cancellata davvero
La vicepresidente di Netflix, Cindy Holland, alla fine l’ha detta semplice: la decisione era un equilibrio tra “audience size and budget” e, se non c’è abbastanza pubblico da “justify the expense”, a un certo punto la chiudi.
E sì, la questione budget era facile da intuire: Sense8 è diversa da quasi tutto, e lo è anche per un motivo molto concreto: costava tantissimo.
Il “piccolo calcolo matematico” che fa male
Per capirci: varie stime riportano circa 9 milioni di dollari a episodio per Sense8.
Nello stesso ordine di grandezza, Game of Thrones viaggiava attorno ai 10 milioni a episodio (almeno in quelle stagioni in cui bruciava soldi come draghi).
E The Crown è stata raccontata come un colosso da circa 13 milioni a episodio.
Tradotto: Sense8 stava lì, appena sotto i mostri sacri… solo che non aveva la stessa massa di pubblico a reggerle le spalle. E quando Netflix deve scegliere tra arte e bilancio, spesso vince il bilancio. Fine della favola.
Eppure: la prima stagione è quella da vedere
Se volete capire perché questa serie è diventata un culto, guardate la prima stagione. È più atmosferica, più “vera”, più coraggiosa. È quella che costruisce il miracolo: non tanto la trama, quanto l’idea che la connessione possa essere una cosa fisica, quasi spirituale.
La seconda stagione: più veloce, più “Netflix”, con un intoppo che si sente
La seconda stagione spinge sull’acceleratore e prova a chiudere dei conti. In mezzo c’è anche un cambio attore che si percepisce: non è “solo un volto diverso”, cambia proprio l’energia del personaggio e, in una serie che vive di chimica, pesa.
E poi sì: buchi narrativi. Alcuni davvero grossi.
Il buco che grida più forte: l’ospedale
Ci sono scene in cui la sospensione dell’incredulità ti chiede una cambiale troppo alta. Tipo: una ragazza ammanettata a un letto d’ospedale per essere operata contro la sua volontà, come se fossimo in un universo dove leggi, procedure e responsabilità mediche sono andate a fumarsi una sigaretta e non sono più tornate.
La serie prova a coprire tutto con l’ombra lunga dell’organizzazione, ma la logica ogni tanto fa cilecca.
I personaggi: Riley davanti a tutti, e non per moda
Per me i migliori restano Riley (la più magnetica), poi a ruota il tedesco e la coreana: sono quelli che reggono più peso emotivo e, a cronometro, sembrano anche i più presenti.
Subito dietro Nomi: una colonna. Non “un simbolo”: proprio un personaggio scritto con cervello e anima.

Quindi: vale la pena?
Sì. Non perché sia perfetta.
Ma perché è coraggiosa, globale, viva, e quando colpisce lo fa in un punto che molte serie nemmeno vedono.
E se Netflix l’ha chiusa, almeno le ha concesso una conclusione finale più lunga, una specie di ultimo respiro per salutare i fan.
Vi invito a guardarla: soprattutto la prima stagione.
E se l’avete già vista anni fa, riguardatela: Sense8 non cambia, ma voi sì. E lì succede la magia.


















