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LE ORIGINI DELLO YOGA

Tu conosci la vera natura e la storia dello Yoga: quando e come nasce, come si sviluppa tra India ed occidente?

Redazione
LE ORIGINI DELLO YOGA

Le origini dello yoga, il dualismo e il cammino verso l’unione

Quando si parla di India, tutto diventa meravigliosamente complesso e, allo stesso tempo, disarmantemente semplice. È una terra in cui gli opposti non vengono risolti, ma accolti.

Una terra che non cerca l’armonia eliminando le contraddizioni, bensì lasciandole convivere.

Non appena metti piede su quella terra — Mama India — lei te lo mostra senza filtri. Te lo sbatte davanti, con una forza che a volte commuove e a volte ferisce. Ed è così che nasce quel rapporto di amore e odio che scava lentamente nell’anima.

Ami e odi gli opposti che ti attraversano: il sacro e il profano, l’ascesi e il desiderio, la povertà e l’eccesso, il silenzio e il caos, l’odore acre e i profumi inebrianti. Tutto convive, senza mai annullarsi, in una danza frastornante ed estatica, come se la vita stessa non avesse alcuna intenzione di scegliere un solo volto.

È in questa terra, intrisa di contrasti e visioni, che nasce lo yoga.

Secondo la tradizione, il primo yogi è Shiva: il grande asceta, il danzatore cosmico, colui che siede immobile sul monte Kailāsa e allo stesso tempo crea e distrugge mondi, a ritmo del suo respiro.

Alla fine di ogni era, Shiva esegue la danza del Tandava: una danza potente e terribile, attraverso la quale l’universo viene distrutto per poter essere ricreato. Non è una distruzione sterile, ma un ritorno al silenzio da cui tutto può nuovamente nascere.

Come Shiva, anche il praticante di yoga è chiamato ad abbandonare ciò che non serve più: vecchie abitudini, identità rigide, automatismi. Ogni pratica diventa una piccola fine del mondo, un atto di dissoluzione del passato che permette alla vita di ricomporsi in una nuova consapevolezza.

La tradizione racconta che Shiva abbia trasmesso questa conoscenza ai Rishi, i veggenti. Non filosofi nel senso occidentale del termine, ma esseri capaci di “vedere” le leggi profonde della realtà. Attraverso di loro, lo yoga viene custodito, vissuto come esperienza diretta e tramandato oralmente.

Nel corso dei secoli, in India si sviluppano numerose scuole di pensiero, i darsana, che significa letteralmente “punti di vista”. Visioni aperte sul mistero dell’esistenza. Alcuni mettono al centro la conoscenza, altri l’azione, altri ancora la devozione. Lo yoga è uno di questi sguardi: una via tra le tante, non esclusiva, non dogmatica, capace di convivere con visioni differenti senza annullarle.

Tra il XV e il V secolo a.C., il sacro si esprime soprattutto attraverso il rito. I testi vedici vengono tramandati oralmente, i mantra risuonano nei canti, i gesti sono simbolici. Il divino viene cercato all’esterno, attraverso il fuoco, le offerte, le parole sacre. La vita spirituale è un dialogo costante con le forze della natura e del cosmo.

Con il tempo, però, lo sguardo comincia lentamente a rivolgersi verso l’interno. Non come una rottura, ma come una maturazione naturale.

Con la nascita delle Upaniṣad, composte indicativamente tra l’VIII e il III secolo a.C., emerge una domanda nuova e radicale: chi è colui che cerca? Il sacrificio non scompare, ma cambia direzione. Diventa interiore. Il silenzio acquista valore quanto il gesto, e il corpo umano viene riconosciuto come luogo della rivelazione. In questo clima prende forma lo yoga come via di conoscenza, come disciplina che intreccia corpo, respiro e mente, e come possibilità di liberazione dalla sofferenza.

Tra il II secolo a.C. e il IV secolo d.C., questa lunga tradizione viene raccolta e distillata negli Yoga Sūtra attribuiti a Patañjali. Non si tratta di un testo narrativo, ma di brevi aforismi essenziali, capaci di contenere secoli di pratica e riflessione.

Qui la realtà viene descritta come composta da due principi distinti: purusha, la coscienza pura, immobile e silenziosa; e prakrti, che illuminata da purusha, si manifesta, e comprende il corpo, la mente, le emozioni e il mondo fenomenico.

La sofferenza nasce quando la coscienza si identifica con ciò che cambia, dimenticando la propria libertà originaria

La pratica yogica diventa allora un cammino di osservazione e discernimento: attraverso etica, postura, respiro, concentrazione e meditazione, si impara a riconoscere ciò che osserva da ciò che viene osservato. La liberazione, chiamata kaivalya, non è una conquista, ma un ritorno silenzioso. È la coscienza che si ricorda di sé.

Accanto a questa visione, e spesso intrecciate ad essa, fioriscono le tradizioni tantriche, che propongono uno sguardo diverso e più inclusivo. Nel tantra, il mondo non è qualcosa da cui fuggire, ma qualcosa da attraversare con presenza. Il corpo, l’energia, le emozioni e i sensi non sono ostacoli, ma strumenti di risveglio.

Il dualismo si ammorbidisce, fino a sciogliersi in una visione non-duale, in cui coscienza ed energia — simbolicamente Shiva e Shakti— non sono separati, ma inseparabili. Il corpo diventa un tempio vivo, il respiro una soglia, la vita quotidiana un campo di pratica. Da qui nasceranno molte delle pratiche corporee che oggi associamo allo yoga, in particolare l’Haṭha Yoga.

Il superamento teorico del dualismo trova una delle sue espressioni più limpide nell’Advaita Vedanta. In questa visione, la separazione tra soggetto e oggetto è solo apparente: esiste un’unica realtà indivisa, e la molteplicità è frutto dell’ignoranza. La liberazione non è qualcosa da ottenere nel tempo, ma qualcosa da abitare nel presente.

Tutto questo — yoga, filosofia, rituali, mantra, miti, pratiche corporee e meditazione — convive in India come un immenso tessuto intrecciato. Non esiste una sola via, né una sola verità. Esiste una ricchezza millenaria di esperienze, linguaggi e simboli, che rendono questa tradizione una delle più vaste e stratificate della storia umana.

Ed è forse proprio questa abbondanza, questa sovrapposizione di livelli, a rendere lo yoga così difficile da definire e così facile da sentire.

 

di Marianna Pachera- LA VIA DEL DHARMA – 

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