Giorgio Conte una vita in musica

Titola “Ricordati…” lo spettacolo con cui Conte porta ininterrottamente in tour la sua produzione musicale che si è confrontata con i palcoscenici italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, svizzeri, olandesi ma anche canadesi. Vent’anni di carriera racchiusi in un concerto quello con cui Giorgio Conte a gennaio 2017 ha entusiasmato il pubblico di Pergine Valsugana

Sul palco hanno preso vita una carrellata di indimenticabili canzoni di cui Giorgio Conte è interprete ma anche quelle scritte per voci come Mina, Milva, Mirelle Matthieu, Rossana Casale, Ornella Vanoni, Rosanna Fratello ma pure Elio e le Storie Tese, Francesco Baccini o Equipe 84, tanto per fare alcuni nomi. Da vero chansonnier, alle note, Conte accompagna le parole da affabile narratore sempre prodigo di aneddoti e ricordi. Ed è lo stesso Giorgio Conte a raccontarsi con il rammarico di come oggi la musica sia spesso un “insopportabile rumore di sottofondo malefica ipnosi colletiva” .

Partiamo dal concerto, quale è il biglietto da visita di Giorgio Conte?

Sul palco mi presento in una formazione a tre, infatti con me ci sono Bati Bertolio, organista che però suona la fisarmonica e quando c’è il pianoforte, e poi alla batteria Alberto Parone, che però ha un doppio ruolo suonando anche in contemporanea ed unico al mondo, il contrabbasso o meglio il basso vocale che funge da contrabbasso. Con loro, io voce e chitarra, presento accanto alle canzoni vecchie, anche quelle nuove ed ultimamente pure quelle da collaudare.

 

Quindi in questi ultimi concerti riserva al pubblico una sorta di anteprima?

In un certo senso, in quanto a settembre uscirà il mio nuovo disco che si chiama “Sconfinando”, un tema di grande attualità, visti i fatti di cronaca, ma qui i confini sono quelli musicali. Infatti sconfino verso nuove sonorità, più importanti e complete, in quanto suono con orchestra sinfonica diretta da Alessandro Nidi. Inoltre la veste grafica del disco è curata dal pittore torinese Ugo Nespolo»

E quale anima di Giorgio Conte è quella che lo rappresenta oggi?

La mia anima è quella dell’ intrattenitore, di colui che racconta cose e cerca di far divertire le persone. Mi sento un chansonnier e mi piace coinvolgere il pubblico e quando questo risponde si crea l’ atmosfera giusta.

Ha scritto canzoni per grandi interpreti. Arriva prima la canzone o la voce a cui è dedicata?

La prima fase del mio percorso è stata quella di autore, ma perché io non me la sentivo di cantare le mie canzoni. Non ho mai negato una canzone a nessuno. Ricevevo le richieste dalle case discografiche, quindi mi documentavo sul vissuto di coloro cui era destinata e da lì creavo versi che fossero coerenti con il personaggio. A volte non funzionava. Ricordo il caso di una canzone per Gene Gnocchi e Teo Teocoli. Teocoli non sentì sua una canzone in cui ipotizzavo la storia di due studenti con il sogno di metter su un’orchestrina. Mi disse che lui era un ballerino e non aveva la laurea. A volte invece scrivi per te stesso ma di vissuti in cui molti si possono identificare e il gioco è fatto.

 

Oggi c’è una voce che la ispira?

Ho smesso di cercare interpreti, troppe trafile da fare. Ma se fosse fattibile, ipotizziamo, mi piacerebbe regalare una mia canzone a Carmen Consoli, oppure un brano melodico rock alla voce graffiante della Nannini.

E di cosa si scrive?

Per molto tempo ho scritto di vissuto, perché nel ricordo si rivivono emozioni, sensazioni o momenti che erano passati, raschiando così il fondo del barile dei ricordi. Oggi però uso le parole in modo diverso. Cercando soprattutto l’ equilibrio che si crea fra la musica e il suono, la musicalità della parola.

Quello a cui fa riferimento, è l’oblio a cui va incontro la musica oggi che non riesce più a sopravvivere come evergreen?

Esatto, perché le canzoni sono artificiose, costruite e non sono più sincere, quindi non rimangono, non colpiscono e non hanno cose importanti da dire. Sanremo è alle porte, ma tanto non lascerà nulla dopo di se. Non c’è giudizio critico, e nemmeno la televisione e i conduttori che hanno voce in capitolo riescono a setacciare e proporre per il festival una “colonna sonora” di spessore o ricercata.

 

Musica ridotta a mero rumore di fondo?

Al giorno d’ oggi la musica è ovunque per cui non le si presta nemmeno più attenzione, e poi non si capisce chi imponga le play list e con quale metro di giudizio, ma so che vengono calate dall’alto in forma di diktat. Una sorta di ipnosi malefica di massa.

Eppure lo spazio per un nuovo disco c’è, quindi un’operazione coraggiosa “di resistenza”?

Mi auguro che possa incuriosire, che almeno un singolo sia giudicato abbastanza interessante da poter essere passato in radio. Poi stiamo lavorando al video, come fu per “Dondolo con te” in cui mescolavo cartoni a immagini. Affiderò ad un regista interessante “Stringimi forte prima che si alzi il vento” credo»

Qual è, dal suo osservatorio personale, il posto dove la musica e l’arte vengono trattate in modo virtuoso?

In Francia. Mi sento vicino all’idea del chansonnier e il pubblico ha una cultura curiosa e profonda. Ma in realtà sono stato bene anche in Svizzera e in Austria. In Italia invece manca una politica che metta ordine e sostenga l’arte.

E cos’ è la musica per Giorgio Conte?

Un’ esigenza al di là dell’ età. Che poi avendo iniziato tardi ho la fortuna che quando vado in tv o sul palco nessuno fa caso agli anni.

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