LA VALLE DEL VANOI NON DORME PIU’: VELENI E PROMESSE MANCATE. LEGGI QUI

Tra camion, veleni e promesse mancate. La valle del Vanoi non dorme più

Mentre la Provincia di Trento scrive il suo “no” alla diga, i camion continuano a scaricare i residui tossici di Trento Nord e il presidente trentino sembra piegarsi al volere del Veneto. La valle rischia di essere sommersa da acqua e cemento, insieme alla sua memoria.

La valle del Vanoi non dorme più.
Da più di un anno questa terra vive sospesa, tra assemblee e proteste, tra paure e sospetti. Il Consorzio di Bonifica Brenta ha messo sul tavolo il progetto di un invaso in Val Cortella, e da allora la gente di Canal San Bovo e dei paesi attorno non conosce più silenzio.

Negli ultimi mesi, poi, il colpo di scena: un via vai di camion dalla discarica di Ponte di Ronco, affacciata sul torrente. Ogni giorno, senza tregua, centinaia di chilometri percorsi da Tir carichi di inerti provenienti dal cantiere del bypass ferroviario di Trento, nell’area dell’ex scalo Filzi. Materiale che non è semplice ghiaia: è memoria tossica, è la lunga ombra delle “fabbriche dei veleni” di Trento Nord.

Sono già 42 mila i metri cubi depositati a Ronco. A fine lavori saranno 90 mila. Una massa grigia che porta su in valle i resti di due giganti caduti: la Carbochimica e la Sloi, quest’ultima conosciuta come “fabbrica della morte”. Sapete di chi è la cava? Andate a vedere i proprietari, vi stupirà – QUI –  

L’eredità avvelenata

La Sloi produceva piombo tetraetile, un additivo per la benzina tanto utile quanto letale. Nel luglio 1978, un temporale innescò la catastrofe: fusti di sodio reagirono con l’acqua, un incendio spaventoso, una nube tossica di soda caustica che coprì Trento. Decine di ricoverati, paura, e la fabbrica chiusa per sempre. Ma l’eredità velenosa restò.

Accanto, la Carbochimica: catrame, naftalina, pece, oli impregnanti, anidride ftalica. Chiusa nell’83 perché non rispettava più le norme ambientali. Anche lì, terreno e falde contaminate.

Di bonifiche si è sempre parlato, mai fatte davvero. Si arrivò persino a ipotizzare una “soletta di cemento” per seppellire gli inquinanti. Poi nulla. Fino al bypass ferroviario e alla soluzione più facile: portare tutto altrove.

Altrove, cioè in Vanoi.

La diga che incombe

Intanto sul torrente Vanoi aleggia l’ombra di una diga. Quattro chilometri di bacino, milioni di metri cubi d’acqua. Un serbatoio da svuotare quasi ogni anno a scopo irriguo, capace di cancellare equilibri millenari.

La Provincia di Trento ha detto no, con un documento formale che elenca sette ragioni:

  1. competenze dell’Autonomia calpestate,
  2. violazioni del Piano Generale di Utilizzazione delle Acque Pubbliche, che imporrebbe un accordo col Veneto mai avvenuto,
  3. rischi geologici enormi, versanti fragili, frane e crolli già osservati dai geologi,
  4. rischi idraulici e criticità nella disciplina normativa delle dighe,
  5. utilizzo delle acque pubbliche senza basi solide,
  6. impatto ambientale devastante,
  7. equilibrio della fauna ittica compromesso: la trota marmorata non potrà più risalire per deporre le uova, con un impoverimento irreversibile della produzione naturale.
  8. Sette ragioni nette. Sette stop.

Eppure, mentre sulla carta si scrive no, nei fatti il presidente trentino sembra muoversi in direzione opposta: assecondare, se non addirittura favorire, la volontà del presidente veneto. Un gioco delle parti che sa di farsa, dove si predica tutela e autonomia ma si pratica obbedienza e compromesso.

Il sospetto ( legittimo ma NON CONFERMATO ) 

IL SOSPETTO che serpeggia nei bar e lungo i sentieri è amara: la diga si farà comunque. Che i due presidenti, Trentino e Veneto, abbiano già trovato l’accordo. Che questo continuo trasporto di materiale non sia un caso, ma un passo silenzioso verso la sommersione della valle.

La Val Cortella, dicono, sarà sacrificata. Non è forse un segnale il fatto che la strada spazzata via dalla frana del 2010 non sia mai stata riaperta? Che quel paradiso sia rimasto isolato, come se il destino fosse già scritto?

Chi percorre oggi a piedi la Cortella trova un mondo incantato: torrenti limpidi, boschi profondi, silenzi pieni di respiro. Ma è un paradiso che rischia di essere inghiottito dall’acqua e dal cemento.

La voce della valle

Il punto è uno: la diga del Vanoi non è solo un progetto idrico. È il simbolo di un metodo. Un metodo che nasconde i rifiuti sotto il tappeto, che usa le valli come discariche, che scambia il paesaggio per un contenitore vuoto.

Non è un’opera idraulica, è una sepoltura. Una lapide di cemento sotto cui finiranno non solo acqua e prati, ma anche i veleni mai bonificati.

Chi ama il Vanoi lo sa: questa valle chiede solo di vivere.
Chi vuole cancellarla dovrà avere il coraggio di guardare negli occhi chi qui ci è nato, chi qui cammina, chi qui vede ancora le trote risalire i torrenti.

Perché il Vanoi non è vostro da seppellire.
È una valle viva, ed è pronta a gridarlo al mondo.

Daniel C.
per TDV – Terra da Vivere –

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