In cerca di un po’ di fresco e relax, il lago di Lases è il posto ideale per la veloce scappata dalla città nelle calde giornate estive.
Lases però non è solo il suo lago e nemmeno il porfido con le cave che hanno esportato in tutto il mondo la pietra vulcanica. Per una facile gita a trekking, Lases potrebbe rivelarsi una meta piena di misteri tutti da scoprire a pochi chilometri da Trento. Dalle buche di ghiaccio che caratterizzano la Valfredda, dove anche nelle torride giornate estive si possono trovare stalagtiti di ghiaccio. Alla biodiversità preservata dal biotopo. Al tuffo nella storia di cui ci racconta Dos Castel, con il suo casteliere che dal Neolitico in poi ha visto un insediamento abitativo. Presumibilmente prima in forma di villaggio, e poi di abitato fortificato con torre. Come riportato anche nel libro dello studio di Tullio Pasquali in cui si riassumono le ricerche archeologiche in situ.

Il giro del Lago di Laes e le buse del giaz, le buche di ghiaccio, è un facile giro ad anello di circa 5 chilometri. Lasciata la macchina al parcheggio prospicente il lago si potrà scegliere di iniziare il percorso costeggiando il lago seguendo il sentiero accanto alla strada verso sud. In questo modo si potrà aprezzare l’acqua cristallina e pulita del lago nato quando il fiume Avisio deviò il suo corso scavando poi la Valle di Cembra come oggi la conosciamo dopo che si trovò la via sbarrata da una frana in fondo a quello che oggi è un lago.
Nel punto più a sud del lago di Lases troviamo il biotopo di canneto. Che, una volta attraversato, lasceremo alle spalle tornando verso nord per arrivare ad una casina rosa. Proprio lì scende un rivolo di acqua estremamente fredda, poichè proprio lì vi era l’imbocco della Valfredda. Oggi la valletta è stata riempita dagli scarti delle cave di porfido, che hanno modificato il paesaggio. Lases infatti all’imbocco della Val di Cembra, arrivando da Civezzano, si trova su roccia vulcanica, porfido, il materiale con cui sono confezionati i cubetti di strade e piazzali di tutto il mondo.

L’attività vulcanica violenta che caratterizzò la zona è tutt’oggi visibile. L’attento osservatore potrà distinguere le bombe vulcaniche nei lastroni delle rocce. Vere sfere solidificatesi durante l’esplosione vulcanica, che poi ha trovato dimora nel magma. Le bombe vulcaniche, con un po’ di pazienza e acutezza sono visibili sulle rocce della strada provinciale la prima curva dopo il lago viaggiando verso Civezzano. Proprio di fronte la piazzola a lato strada leggermente più a sud sulle enormi rocce sono tutt’oggi visibili ad altezza uomo.

Tornando invece sui nostri passi, proprio per il fresco naturale della spiaggetta, la “casina” rimane a memoria dei pomeriggi estivi dei Signori di Lases. Beni con addirittura il possesso dei terreni e del lago stesso furono dapprima dei Signori Gentilotti per poi passare alla famiglia nobiliare dei Crivelli ed infine ai DeFerrari. A loro si deve appunto non solo la costruzione del Palazzo nobiliare con mura merlate che si affaccia sul lago, ma anche la casina rosa. Quella che si può ammirare a circa metà lago sulla sponda opposta la strada provinciale. Proprio lì al fresco dei torridi pomeriggi estivi i Signori solevano portare le ceste del picnic per la sosta delle gite in barca sul lago.

Il ricordo è ancora vivo fra gli anziani del paese di Lases. Tutta un’altra storia invece hanno i ruderi delle torrette lungo la strada provinciale. Per chi si fosse mai chiesto a cosa servissero. Ebbene sono le vestigia di carrucole con cui oramai quasi un centinaio di anni fa si trasportava il porfido estratto dalle cave alla strada. Sarebbe interessante valorizzare quello che è un reperto di archeologia industriale. A memoria del duro lavoro delle genti nelle cave di quello che fu anche chiamato “oro rosso”.

Proseguendo il camino dalla casina si sale lungo il sentiero fino ad un primo punto panoramico da cui si può ammirare il paese di Lases e una piccola parte della Valle di Cembra. A questo punto proseguiamo scendendo leggermente e ad un bivio, potremo scegliere se scendere nuovamente al lago oppure proseguire diritti. Il consiglio è di proseguire il giro diritti. Ma ovviamente ci si potrebbe accontentare di aver fatto il giro del lago e godere dei prati e spiaggia.

Proseguendo invece il giro ad anello arriveremo ad un nuovo bivio con la strada che da un lato scende nuovamente al paese mentre dall’altra sale verso Valscura, doss Castel e il Paluredont. Prenderemo quella strada e scopriremo appunto delle piccole grotte nei sassi dove in piena estate si forma il ghiaccio ed è un tripudio di mirtilli di bosco, more e lamponi selvatici oltre le immancabili fragoline di bosco.

(veduta verso dos Castel dalla strada del lago)
Proseguendo ancora incontreremo il cartello che indica Dos Castel. Purtroppo oggi davvero trascurato e illegibile, il sito fu di rilievo archeologico per alcuni scavi che portarono alla luce l’insediamento antico. Il dosso infatti, da cui si gode una spettacolare vista sulla Vallle di Cembra, è stato abitato fino dall’età preistorica. In posizione rialzata con un corso di acqua che scorreva proprio accanto dove oggi vi è il sentiero, era la posizione ideale per un insediamento. Infatti, proprio di lì passava l’antica strada che collegava la Valle di Cembra a Pinè. Rimane traccia infatti in un sentiero che sale fino a Tresilla tutt’oggi praticabile. Il sentiero che fino ad una cinquantina di anni fa veniva percorso per raggiungere la Comparsa della Madonna nei giorni di festa dedicati.

Tornando a Doss Castel il sito da villaggio preistorico divenne sempre più articolato. Gli studi già citati mostrano la ricostruzione di un sito fortificato in forma di castello. Ovviamente oggi non ne rimane traccia. La vegetazione si è anche mangiata muretti e fondamenta che erano state ritrovate e per un breve periodo preservate una quarantina di anni fa.

Dopo il breve tuffo nella storia si prosegue il giro ad anello scendendo a Palù Redont, il biotopo dell’ex palude, che conclude il percorso riportando all’abitato di Lases e al lago. Consapevoli di come si stiano ricalcando i passi di tanti popoli passati proprio in quel luogo. Sono tanti infatti i ritrovamenti romani, ma anche successivi. Famosi quelli rinvenuti durante gli scavi della scuola elementare in paese per esempio, di età romana. Sul monte Gorsa poi in fondo al lago salendo verso Santo Stefano sono state trovate delle sepolture di guerrieri con cavalli risalenti all’epoca Napoleonica. E fra le genti di Lases si raccontava di una cartuccia di fucile estratta dal grande noce che ombreggiava il capitello del cimitero all’ingresso del paese.

Ci sono molte leggende che aleggiano su questo luogo. Pare infatti che un drago fosse solito attraversare i cieli sopra il paese. Si trattava del Basilisco di Costalta che faceva tappa a Dos Castel nel suo volo verso la Valle d’Adige.. Nel suo atterrare il drago ogni volta spezzava alberi e frantumava rami. Così gli abitanti di Lases aspettavano tappati in casa che l’animale riprendesse il volo e poi andavano a raccogliere il bottino pronto da accatastare per la stufa.

Sempre legato a Dos Castel vi è un’altra leggenda. Sulla suggestione dei pozzi glaciali, baluardo della forza dei ghiacciai passati, si riteneva fossero perfetto giaciglio di streghe. Pare infatti che il posto ad un certo punto fosse abitato da una comunità di donne. In paese si sospettava fossero in combutta con il Diavolo in persona e che tenessero dei sabba sfrenati. Per questo motivo i paesani ben si guardavano di salire nel basco o attraversare il sentiero nelle notti di luna piena. Urtare una strega che dormiva nelle Lòre, ossia i pozzi glaciali simili a dei vasi di rame, sarebbe stata una orrenda sciagura.

Anche il Palazzo con le mura merlate nasconde la leggenda di un fastama di fanciulla che in molti raccontano di aver visto attraversando il giardino o sendendo nelle cantine di notte. Ma di questa presenza non vi è traccia scritta.
Rimane invece addirittura un opuscolo ufficiale redatto dal nobile Vittorio de Ferrari, uditore imperiale nel 1899 dal titolo Il Buco dei Ladri di Lases. Il paese di Lases infatti era uno snodo verso l’Altopiano di Pinè e San Mauro. Proprio ai piedi di San Mauro, là dove oggi lungo la strada ci sono le discariche delle cave, si trovava il covo di un gruppo di briganti che mettevano a ferro e fuoco il circondario. La fitta vegetazione di quello che veniva chiamato Dos dei Lovi, ossia dei lupi, un nome che spiega bene il luogo, era anche il perfetto nascondiglio per questi briganti. Proprio lì vi era una caverna nascosta da enormi castagni covo dei malviventi. Tre briganti che avevano preso di mira appunto Montagnaga di Pinè e il luogo di culto della Comparsa a cui confluivano molto pellegrini in cerca di grazia e conforto.

Fu proprio per tali misfatti che la gendarmeria decise di perseguire i criminali. Istituì una caccia al ladro e, complice un malcapitato contadino che si era imbattuto proprio in loro, trovò la caverna e i tre ladri. Ne seguì un processo e una condanna esemplare, oltre che il recupero di parte della refurtiva.
Insomma la prossima volta che si andrà a prendere il fresco sulle rive del Lago di Lases, si potrà guardare con occhi nuovi un posto, silente simulacro di un lungo trascorso di storia e storie.

