Il mio voto: 4,7 su 5. Ho guardato cinque puntate consecutive di Carrie. Cinque. Mi sono ritrovato incollato al divano, con quella voglia rara di sapere immediatamente che cosa sarebbe accaduto dopo. Eppure non sono gli effetti speciali a farmi assegnare un voto così alto alla nuova serie di Mike Flanagan tratta da Stephen King. È qualcosa di più scomodo: la storia di una ragazza che tutti pretendono di giudicare prima ancora di conoscerla. A un certo punto ho smesso di domandarmi che cosa potesse fare Carrie con i suoi poteri e ho cominciato a chiedermi che cosa le stessero facendo gli altri.
La risposta, per me, non è la telecinesi. È la violenza con cui una società può convincere qualcuno a vergognarsi di ciò che è. Carrie White è una ragazza cresciuta sotto il controllo di una madre dominata dal fanatismo religioso, poi esposta alla ferocia dei coetanei e a un bullismo che nell’epoca degli smartphone non finisce quando suona la campanella. Mike Flanagan riprende il nucleo del romanzo pubblicato da King nel 1974 e lo porta nel presente, senza ridurre il dolore della protagonista a un semplice pretesto per l’horror.
La trama: una ragazza, una madre e un mondo che non perdona
La storia parte da Carrie White, adolescente cresciuta in un isolamento quasi totale sotto la sorveglianza della madre Margaret, donna ossessionata dal peccato e dalla disciplina religiosa. Dopo la morte improvvisa del padre, Carrie deve confrontarsi con un liceo pubblico e con un mondo che non conosce. L’incontro con i coetanei è tutt’altro che liberatorio: un episodio di bullismo diventa virale e la ragazza si ritrova esposta al giudizio di un’intera comunità. Mentre cerca di comprendere il proprio corpo, i sentimenti e le regole non scritte della scuola, comincia a scoprire qualcosa di impossibile da spiegare: riesce a muovere gli oggetti con la mente.
La telecinesi è il motore soprannaturale, ma io ho trovato molto più inquietante l’ordinaria cattiveria delle persone. In casa Carrie deve temere la reazione della madre; a scuola deve temere lo sguardo degli altri; online deve temere che la sua umiliazione venga riprodotta all’infinito. È una trappola che si chiude lentamente, e la serie mi ha tenuto dentro quella tensione senza bisogno di svelare subito dove condurrà.
La paura di essere diversi è più spaventosa dei poteri
Il potere di Carrie è immaginario. Il meccanismo che la schiaccia, purtroppo, no. Essere derisi, essere definiti sbagliati, crescere nella convinzione che perfino il proprio corpo sia qualcosa da nascondere: è questo l’orrore che la serie riesce a mettere a fuoco. Non si limita a raccontare una ragazza che scopre capacità straordinarie. Racconta che cosa può succedere quando una persona non ha mai ricevuto il permesso di conoscersi senza paura.
È per questo che la consiglierei soprattutto a chi, donna o uomo, abbia attraversato almeno una volta il dubbio di non essere abbastanza. A chi è stato giudicato prima ancora di essere ascoltato. E anche a chi, magari senza rendersene conto, è stato dall’altra parte: tra coloro che osservano, commentano, ridono, condannano.
Stephen King aveva capito tutto nel 1974
Carrie è il primo romanzo pubblicato da Stephen King, uscito nel 1974, quando il suo nome non era ancora sinonimo di un intero immaginario dell’orrore. Due anni dopo Brian De Palma ne avrebbe realizzato il celebre film con Sissy Spacek, trasformando Carrie White in un’icona cinematografica. Nel 2013 sarebbe arrivato anche un nuovo adattamento cinematografico diretto da Kimberly Peirce. Cinquantadue anni dopo il libro, Flanagan ha scelto la forma della serie: otto episodi per dare più spazio ai personaggi e trasferire la crudeltà adolescenziale nel mondo dei social.
Mi ha colpito soprattutto una cosa che King ha spiegato parlando delle origini del personaggio: Carrie nacque anche dal ricordo di due ragazze conosciute a scuola e da una riflessione sul potere femminile, sulla sessualità e sulla paura che possono suscitare. Non è dunque una lettura che sto sovrapponendo arbitrariamente alla storia. Il tema dell’identità e della repressione è presente fin dalla sua nascita letteraria. Flanagan, che ha già lavorato sull’universo di King con Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, lo riporta davanti ai nostri occhi in una società che ha cambiato strumenti ma non sempre comportamenti. Per approfondire: la scheda del romanzo sul sito ufficiale di Stephen King.
Le streghe, la religione e il tribunale del giudizio
Guardando Carrie ho pensato alle donne accusate di stregoneria, ai processi, alla gogna e ai roghi che attraversano la storia europea. Le persecuzioni furono opera, a seconda delle epoche e dei territori, di autorità religiose e civili: non tutte le imputate furono condannate, né tutte morirono sul rogo. Ma il punto del parallelo è un altro. Quante volte la paura dell’incomprensibile è diventata un’accusa? Quante volte una comunità ha trasformato la differenza in colpa?
La serie non è un documentario sui processi alle streghe e non dimostra che quelle donne possedessero poteri. È una finzione soprannaturale che permette però di guardare un meccanismo storico e sociale molto reale: quando un potere stabilisce che qualcuno è impuro, pericoloso o indegno, la violenza può perfino essere presentata come una forma di giustizia. Nel rapporto tra Carrie e sua madre, la religione smette di essere conforto e diventa un linguaggio del controllo. È una delle dimensioni più inquietanti del racconto.
Il pensiero mi è tornato più volte mentre guardavo la serie: per secoli donne accusate di stregoneria sono state giudicate da tribunali, esposte alla pubblica vergogna, condannate e in alcuni casi uccise. Non sostengo certo che possedessero poteri magici. Mi interessa il meccanismo del potere che decide chi è normale, chi è deviante e chi deve essere punito. In Carrie quel meccanismo assume il volto della madre, della scuola, dei compagni e di una comunità pronta a trasformare il dolore altrui in spettacolo. Per me è uno dei motivi più forti per cui anche chi non ama l’horror dovrebbe darle una possibilità.
Il cinema di Flanagan, tra dolore e identità
Mike Flanagan conosce il genere horror e soprattutto conosce la differenza tra spaventare e turbare. Il suo adattamento non cerca soltanto l’effetto immediato. Si sofferma sulla fragilità dei personaggi, sul peso delle relazioni familiari, sulla crudeltà che può abitare gli ambienti più ordinari. La scuola, la casa, la comunità: luoghi teoricamente sicuri diventano spazi nei quali Carrie è costretta a difendersi.
La regia e la costruzione della tensione spiegano perché la visione possa diventare quasi compulsiva. Alla fine di un episodio vuoi sapere come evolveranno i rapporti, chi avrà il coraggio di cambiare posizione e quanto ancora potrà sopportare la protagonista. L’orrore non arriva da un universo lontano: è già dentro le parole e nei comportamenti quotidiani.
Flanagan non copia semplicemente De Palma: il cinema del 1976 raccontava una tragedia adolescenziale dentro una società diversa, mentre qui la reputazione può essere distrutta da un video che circola senza controllo. Mi interessa anche il modo in cui la serie restituisce a Carrie una curiosità e una voglia di vivere che rendono ancora più doloroso ciò che subisce. La ragazza non è soltanto una vittima in attesa della catastrofe. È una persona che cerca il proprio posto e che, nonostante tutto, vorrebbe fidarsi del mondo.
Attori molto bravi. Altri decisamente meno.
Summer H. Howell affronta il personaggio di Carrie White senza limitarsi a riprodurre l’immagine resa celebre da Sissy Spacek nel film di Brian De Palma. Samantha Sloyan interpreta Margaret White, figura centrale nel conflitto tra maternità, fede e repressione. Attorno a loro si muove un cast che comprende Siena Agudong, Alison Thornton, Amber Midthunder e Matthew Lillard.
Non tutte le interpretazioni, però, mi hanno convinto allo stesso modo. Alcuni attori sostengono con naturalezza anche i passaggi più difficili, altri mi sono sembrati meno incisivi, talvolta troppo costruiti. La qualità non è uniforme. Eppure questa discontinuità non è bastata a interrompere il coinvolgimento: la forza della storia e il modo in cui viene raccontata hanno avuto la meglio.
Perché vederla. E perché potrebbe non essere per tutti.
La vedrei per la sua capacità di parlare di identità, bullismo, vergogna, fanatismo e desiderio di emancipazione senza rinunciare alla tensione narrativa. La vedrei perché dietro l’horror emerge una domanda che riguarda tutti: chi siamo quando smettiamo di guardarci con gli occhi di chi ci giudica? E la vedrei perché raramente una serie è riuscita a incollarmi al divano per cinque episodi consecutivi.
Non la consiglierei a chi cerca un intrattenimento leggero. Le scene di umiliazione, la violenza psicologica, il clima familiare oppressivo e alcuni momenti esplicitamente disturbanti possono risultare pesanti. Il ritmo non è sempre perfetto e la recitazione presenta qualche squilibrio. È giusto dirlo, proprio perché il giudizio complessivo è così alto.
Il mio voto: 4,7 su 5
Quattro virgola sette stelle su cinque. Un voto che nasce da un’esperienza personale di visione, non dalla pretesa di assegnare una verità assoluta. Per me Carrie è una delle serie che meritano davvero di essere viste e discusse. Non soltanto dalle donne, non soltanto dagli appassionati di Stephen King e nemmeno soltanto dagli amanti dell’horror. Da chiunque abbia dubitato di sé perché qualcun altro gli aveva insegnato a farlo.
La domanda che mi resta addosso non riguarda quanto possa diventare potente Carrie. Riguarda quanto possa diventare crudele il mondo quando decide che una persona diversa debba essere punita. Ed è una domanda che vale molto più di uno spavento davanti allo schermo.
Daniel Cerami — TDV Magazine. Ho scritto questa recensione dopo aver visto cinque episodi consecutivi. La prima stagione di Carrie conta otto episodi ed è disponibile su Prime Video dal 7 ottobre 2026. Nessuno spoiler sul finale.

