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Uscire dalla COMFORT ZONE: perché e a quale prezzo

“Spazzolino, dentifricio, mutande, accappatoio, caricabatterie e documenti. Ho tutto quello che mi mancava, sono pronta”. Partire sembra un gioco da ragazzi, se si considera il semplice atto del fare la valigia. Ma è davvero così semplice?

Ovviamente una vacanza breve, di una o due settimane, comporta un dispendio di energie minore rispetto ad un tempo più esteso, di mesi o addirittura anni.

Analizzando l’emigrazione italiana da un punto di vista oggettivo, il Sole 24 ore (Carli, luglio 2017) sottolinea come il numero di giovani italiani con più di 25 anni che esce dall’Italia per un lasso di tempo prolungato, superi i 250 mila, cifra paragonata agli emigrati del Dopoguerra.

Stando agli ultimi dati del 2016, questa “fuga di cervelli” comprende  una percentuale molto simile per tutti i livelli di istruzione: il 34.6% dei giovani possiede la licenza media, il 34.8% il diploma e il 30.0% la laurea.

Stare lontani dalla propria casa per affrontare molto tempo all’estero è un’azione di coraggio. Uscire dalla propria “comfort zone”, il porto sicuro di casa propria, luogo dove c’è sempre qualcuno su cui contare, famiglia e amici di vecchia data, non è facile.  Significa prendersi la responsabilità di fare tutto da soli, sapere che le difficoltà che si incontreranno lungo il proprio percorso saranno maggiori, e il “porto sicuro” si potrà raggiungere solo poche volte l’anno, se va bene. Gli aspetti negativi non sono pochi: dal cercare un lavoro, se si ha finito di studiare, o compilare decine su decine di carte se invece si è studenti e si cerca un rimborso spese (che comunque tarderà ad arrivare, su questo non ci piove), al trovare una casa che non sia troppo costosa, da dividere con altri giovani magari provenienti da tutto il resto del mondo.

La parte più difficile di un viaggio a lungo termine è sicuramente l’inizio, che può essere diviso in due parti: una prima metà prima ancora di fare la valigia, quando si prende la decisione vera e propria di intraprendere un percorso diverso da quello della maggior parte dei propri coetanei, e una seconda metà quando si arriva sul posto e, disfate le valigie si parte alla ricerca di qualcosa da fare e di nuove persone da conoscere. La prima parte significa prendere consapevolezza, sentire che il posto in cui si è non ha tutto quello che uno cerca, oppure sentirsi di partire perché ormai tutti i giornali ripetono che il futuro è altrove (sarà poi davvero così?). La seconda parte comporta invece un movimento più fisico che mentale, è il momento in cui bisogna spostarsi nel vero senso della parola per cercare di aprire e capire il mondo nuovo che si ha di fronte.

Le gioie arriveranno quando, una volta passato qualche tempo e creata una nuova stabilità si comincia a capire che il mondo può essere visto con occhi diversi, una consapevolezza subconscia che nasce piano piano, con le esperienze fuori casa, venendo a contatto con persone di culture diverse, in un ambiente diverso da casa, in cui adattarsi non è una possibilità ma un obbligo, che magari all’inizio scoccia un po’, ma apre nuovi orizzonti possibili.

Ma quali sono le conseguenze psicologiche di chi compie una emigrazione che, nella maggior parte dei casi, anche se si estende per qualche anno, comporta una situazione passeggera? Marcel Proust nel suo “Alla ricerca del tempo perduto”, opera composta da sette libri scritta nella prima metà del 900′, affermava con convinzione che il vero viaggio di scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere occhi nuovi. Sono passati più di cento anni da quando uscì il primo libro della collana, nel 1913, eppure il suo pensiero rimane lo stesso per tutti i giovani viaggiatori del giorno d’oggi, che si spingono fuori dall’Italia, in terre vicine o lontane credendo di cambiare il mondo, ma la realtà dei fatti è che quello che cambia realmente è la loro cognizione del mondo, e il proprio modo di porsi di fronte alle situazioni.

Arriva come sempre prima o dopo il momento del ritorno, con esso la depressione che accompagna l’atterraggio dell’aereo e soprattutto l’affrontare il rientro a casa, che è rimasta la stessa, ma non è più uguale a com’era prima perché non è la stessa persona quella che torna, perché viaggiando non si cambia il mondo, ma si cambia il proprio essere. In modo positivo, analizzando ciò che ci si presenta davanti non soltanto di fronte, ma sopra, sotto, da davanti e da dietro. Si ha più coraggio perché in fondo il difficile è sempre passato, è ciò che è stato vissuto, e tutto ciò che verrà, anche i momenti più duri, sono come un tuffo da un trampolino di dieci metri, ma fatto da un atleta olimpionico.

Uscire dalla COMFORT ZONE: perché e a quale prezzo ultima modifica: 2018-01-17T17:16:26+00:00 da Astrid Panizza
Astrid Panizza
Fin da piccola la passione di scrivere ed inventare storie è cresciuta dentro di me. A sedici anni ho vinto un concorso letterario locale e ho deciso poi di coniugare l’amore per la scrittura con quello dei viaggi. Ho surfato in Australia e camminato nella Pampa argentina, passando per il colorato Brasile e fermandomi qualche tempo anche negli Stati Uniti. Queste solo alcune delle moltissime parti del mondo che hanno toccato i miei piedi, cambiando il mio spirito ed aprendo la mia mente. Quando a penso a me stessa mi vedo persa in giro per il mondo, con uno zaino in spalla e i piedi ben fissi sulle nuvole!
Astrid Panizza

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